La Francia sta provando a dire “no” al fast fashion
Sostenibilità

La Francia sta provando a dire “no” al fast fashion

Passa al vaglio del Senato la bozza di legge già approvata dall’Assemblée nationale orientata alla riduzione dell’impatto del fast fashion.

Il 14 marzo il Parlamento francese ha votato per la prima volta una proposta di legge, depositata a fine gennaio 2024, per arginare il fast fashion. Si tratta di un documento essenziale che si basa su tre articoli, utili a identificare e circoscrivere il problema della sovrapproduzione incontrollata. Nonché un precedente legislativo fondamentale per prendere atto dei danni di un sistema che, amplificato dall’e-commerce, vede l’acquisto come capriccio.

Tassare il fast fashion

Disincentivare i consumatori dall’acquisto di capi di fast fashion con l’introduzione di un sovrapprezzo è solo la prima delle nuove misure introdotte. Il decreto stabilisce una sanzione progressiva, che sarebbe di 5€ all’entrata in vigore della legge, per poi aumentare fino a 10€ nel successivo quinquennio. Ma i provvedimenti non si esauriscono con una multa: il testo aggiunge che è vietata la pubblicità di capi e accessori fast fashion. E si amplia, inoltre, l’EPR, la responsabilità estesa del produttore con l’introduzione di una tassa, oltre a limitare lo spazio commerciale per i brand di fast fashion. Il grande ribaltamento di prospettiva di questa proposta di legge sta nel trattare la moda alla stregua di altri settori altamente inquinanti, come l’automotive. E, quindi, responsabilizzare, attraverso sanzioni, chi produce e chi acquista.


Le novità di questa legge

Sotto i riflettori non è, naturalmente, solo l’abbigliamento, ma anche accessori, calzature e il mondo del tessile in generale. La legge analizza i ritmi di produzione, fornitura e vendita che identificano il fast fashion per isolare il fenomeno e dargli una definizione rigorosa. Nell’articolo 1 si sottolinea come produttori, distributori e importatori siano tenuti a una comunicazione più mitigata per incoraggiare se non altro un acquisto più consapevole dei capi. Tra le norme che questa legge potrebbe introdurre nella pratica comune, la presenza di un paragrafo sulle schede e-commerce relativo agli atteggiamenti eco-compatibili da adottare. Quindi, un incoraggiamento alla riparazione degli abiti e delle note sul loro livello di (in)sostenibilità ambientale; tutto ben visibile e scritto in prossimità del prezzo.


Il peso ambientale e lavorativo

Queste contromisure, apparentemente drastiche, altro non sono che una risposta al regime fast fashion che infierisce sull’ambiente e sulle risorse umane impiegate. Stando all’Agenzia per l’Ambiente e la Gestione dell’Energia, ogni anno 100 miliardi di capi fast fashion vengono venduti a livello globale. La sola Francia, che si è particolarmente sensibilizzata al tema, ha visto aumentare, nell’ultimo decennio, di un miliardo all’anno gli articoli immessi sul mercato. Ci si trova, dunque, in un contesto in cui colossi come Shein producono ogni giorno 7.200 nuovi modelli, mettendo a disposizione dei clienti 470.000 prodotti. Davanti a questi ritmi e queste cifre paurose vale la pena soffermarsi a pensare quanto l’effimero sia, in realtà, pachidermico. Migliaia di nuovi modelli al giorno, declinati poi per colore e taglia, non possono che rappresentare il collasso. Ma il fast fashion trova sempre il modo di individuare un elemento più “debole” a cui addebitare i costi di questa illogica sovrapproduzione.


Responsabilizzare gli acquisti

Il consumatore percepisce dei vantaggi in questo sistema: la varietà, la perenne disponibilità e il bassissimo costo degli articoli. E se il prezzo si ripercuote massimamente su lavoratori e lavoratrici sfruttate della catena produttiva e logistica, la varietà di modelli, colori e tessuti grava interamente sull’ambiente. Infatti, le quantità di invenduto che questo sistema non solo tollera, ma considera da statuto, sono abominevoli. Del resto, sarebbe ingenuo pensare che, nonostante la loro appetibilità estetica ed economica, i capi possano essere tutti venduti. Ed ecco perché ci ritroviamo, oggi, a gestire le devastanti conseguenze del Ghana, ad esempio.


Le crescenti attenzioni legislative

Questa proposta di legge appare certamente come una boccata d’aria, soprattutto se rapportata al panorama legislativo italiano, meno incline a leggere i tempi correnti. La Francia, già a novembre 2021, aveva annunciato alla Commissione Europea di voler introdurre una limitazione temporanea per soggetti che arrecano «gravi problemi ambientali». Un provvedimento che fa il paio con la legge “antigreenwashing” adottata dal Parlamento Europeo solo due mesi fa. Senza dimenticare che, sempre in Francia, sono state approvate leggi che incentivano le buone pratiche da parte degli acquirenti, come il bonus réparation. Tasselli che concorrono a creare un mosaico composto da tematiche apparentemente distanti tra loro, come attenzione all’ambiente, alla salute e alla dignità lavorativa, ma che si rivelano fatalmente interdipendenti.

 

Immagine di copertina: Etienne Girardet, Unsplash

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