Sanità sostenibile: come ospedali e territorio possono ridurre l’impatto ambientale senza perdere qualità nella cura
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Sanità sostenibile: come ospedali e territorio possono ridurre l’impatto ambientale senza perdere qualità nella cura

La sanità cura, ma consuma energia, materiali, farmaci, logistica e territorio. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare ospedali, ambulatori e servizi di prossimità in un sistema più leggero per l’ambiente, senza compromettere sicurezza, accessibilità e risultati clinici.

La sanità è uno dei pilastri del welfare, ma anche una delle infrastrutture più complesse e impattanti delle società contemporanee. Ospedali aperti 24 ore su 24, sale operatorie ad alta intensità energetica, farmaci, dispositivi monouso, rifiuti speciali, mense, lavanderie, trasporti sanitari, diagnostica, catene del freddo e grandi forniture: ogni prestazione di cura porta con sé anche una quota di emissioni, consumo di risorse e produzione di scarti.

Secondo l’OCSE, nei Paesi membri i sistemi sanitari sono responsabili in media del 4,4% delle emissioni complessive di gas serra. A livello globale, le stime più ricorrenti collocano l’impronta climatica della sanità attorno al 4-5% delle emissioni mondiali: se fosse uno Stato, il settore sanitario sarebbe tra i principali emettitori del pianeta. In Italia, studi sul tema indicano che l’impronta della sanità pesa circa il 4% del footprint nazionale.

Il punto, tuttavia, non è “curare meno”. Al contrario: la sanità sostenibile parte da una domanda più matura e più utile. Quante prestazioni, materiali, chilometri, sprechi energetici e ricoveri evitabili possiamo ridurre mantenendo, o migliorando, la qualità della cura?

Non basta rendere verde l’ospedale: bisogna ripensare il percorso di cura

Per anni la sostenibilità in sanità è stata associata soprattutto agli edifici: pannelli fotovoltaici, efficientamento energetico, riduzione dei consumi idrici, raccolta differenziata. Tutto necessario, ma non sufficiente.

L’ospedale resta uno dei luoghi più energivori del sistema pubblico perché non può spegnersi mai. Ma la vera impronta ambientale della cura non si concentra solo nelle mura ospedaliere. Si distribuisce lungo tutta la filiera: acquisti, farmaci, dispositivi medici, trasporti dei pazienti, catena logistica, esami ripetuti, percorsi non coordinati, accessi impropri al pronto soccorso.

È qui che la sostenibilità diventa anche organizzazione sanitaria. Un sistema che intercetta prima le fragilità, gestisce meglio la cronicità e porta alcune prestazioni più vicino ai cittadini riduce contemporaneamente pressione sugli ospedali, liste d’attesa, spostamenti e consumi. La sanità territoriale, se ben progettata, non è solo una risposta sociale: è anche una leva ambientale.

I numeri da guardare: emissioni, rifiuti, energia, appropriatezza

La transizione sostenibile del sistema sanitario non può basarsi su dichiarazioni generiche. Deve dotarsi di indicatori chiari, misurabili e confrontabili.

Il primo indicatore è la CO₂ equivalente per prestazione sanitaria, ad esempio per ricovero, intervento chirurgico, esame diagnostico o visita ambulatoriale. Misurare l’impatto per unità di cura consente di capire dove intervenire senza confondere il taglio degli sprechi con il taglio dei servizi.

Il secondo indicatore riguarda i rifiuti sanitari. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che circa l’85% dei rifiuti prodotti dalle attività sanitarie è assimilabile ai rifiuti ordinari, mentre il restante 15% è considerato pericoloso, perché potenzialmente infettivo, tossico, radioattivo o chimico. Una gestione non corretta può quindi trasformare materiale non pericoloso in rifiuto speciale, aumentando costi e impatti.

Il terzo indicatore è l’intensità energetica degli edifici sanitari, misurata in kWh per metro quadrato o per posto letto. Qui gli interventi sono noti: isolamento, pompe di calore, illuminazione efficiente, gestione intelligente della ventilazione, autoproduzione da rinnovabili, recupero di calore, sistemi di monitoraggio in tempo reale.

Il quarto, spesso sottovalutato, è l’appropriatezza clinica. Ogni esame inutile, ogni ricovero evitabile, ogni duplicazione diagnostica e ogni prescrizione non necessaria ha un costo economico, organizzativo e ambientale. In questo senso, la sostenibilità sanitaria coincide con una medicina più precisa, non con una medicina più povera.

Farmaci e anestetici: il lato invisibile dell’impatto ambientale

Una delle aree più interessanti riguarda i farmaci. L’esperienza del sistema sanitario inglese mostra quanto il tema sia rilevante: nel NHS, i medicinali rappresentano circa il 25% delle emissioni, con un peso specifico importante di anestetici inalatori, protossido di azoto e inalatori pressurizzati.

Questo non significa ridurre l’accesso ai farmaci, ma scegliere meglio, quando clinicamente possibile. Alcuni gas anestetici hanno un potenziale climalterante molto elevato; in diversi sistemi sanitari europei si sta lavorando per limitarne l’uso quando esistono alternative equivalenti dal punto di vista clinico. Anche sugli inalatori, la valutazione ambientale può accompagnare la prescrizione, sempre nel rispetto della sicurezza del paziente e dell’efficacia terapeutica.

La regola dovrebbe essere semplice: la sostenibilità non decide al posto del medico, ma offre al medico informazioni migliori.

Sala operatoria, diagnostica, pronto soccorso: dove lo spreco pesa di più

Le sale operatorie sono tra gli ambienti ospedalieri a maggiore intensità ambientale. Richiedono ventilazione continua, sterilizzazione, dispositivi monouso, farmaci, anestetici e protocolli di sicurezza rigorosi. Proprio per questo sono anche luoghi in cui piccoli cambiamenti possono generare grandi risultati.

La riduzione dei kit chirurgici sovradimensionati, la revisione dei materiali aperti ma non utilizzati, l’uso appropriato del monouso, la raccolta separata dei rifiuti e la scelta di dispositivi riutilizzabili quando sicuri possono ridurre scarti e costi. Non è economia al ribasso: è ingegneria del processo clinico.

Lo stesso vale per la diagnostica. Una risonanza magnetica o una TAC non sono solo prestazioni sanitarie: consumano energia, richiedono manutenzione, personale, materiali e spesso generano spostamenti. Integrare cartelle cliniche, fascicolo sanitario elettronico, referti condivisi e sistemi di prenotazione intelligenti può evitare duplicazioni e accessi non necessari.

Nel pronto soccorso, invece, la sostenibilità passa soprattutto dalla capacità del territorio di assorbire ciò che non è emergenza. Case della Comunità, assistenza domiciliare, telemonitoraggio, infermieri di famiglia, farmacie dei servizi e medicina generale integrata possono ridurre accessi impropri e ricoveri evitabili.

Il territorio come infrastruttura ambientale

Quando si parla di sanità sostenibile, il territorio viene spesso letto solo in chiave di accessibilità. In realtà è anche una infrastruttura ambientale diffusa.

Un paziente cronico seguito vicino a casa, con controlli programmati e strumenti digitali, compie meno spostamenti, arriva meno spesso in pronto soccorso e ha minori probabilità di aggravarsi. Un anziano fragile assistito a domicilio può evitare ricoveri ripetuti. Una rete di prevenzione efficace riduce la pressione futura su reparti, diagnostica e farmaceutica.

La prevenzione è quindi la prima tecnologia green della sanità. Vaccinazioni, screening, corretti stili di vita, qualità dell’aria, contrasto alla sedentarietà, alimentazione sana e diagnosi precoce sono politiche sanitarie, ma anche politiche climatiche indirette: meno malattia significa meno domanda di cure ad alta intensità.

Acquisti verdi: il potere silenzioso delle gare pubbliche

Una quota rilevante dell’impatto ambientale della sanità non nasce dentro gli ospedali, ma nelle forniture. Dispositivi, farmaci, apparecchiature, alimenti, lavanderia, pulizie, edilizia, energia e logistica dipendono da contratti e capitolati.

Per questo il procurement sanitario è una leva strategica. Inserire criteri ambientali minimi, chiedere dati sul ciclo di vita dei prodotti, premiare imballaggi ridotti, riparabilità, durabilità, tracciabilità e minori emissioni di filiera può orientare interi mercati.

La sostenibilità, però, non deve diventare burocrazia aggiuntiva. Per funzionare deve essere misurabile: grammi di CO₂ equivalente per prodotto, percentuale di materiale riciclato, durata media, possibilità di sterilizzazione, peso degli imballaggi, chilometri logistici, consumo energetico delle apparecchiature.

La qualità della cura resta il primo indicatore

Il rischio da evitare è trasformare la sanità sostenibile in una nuova retorica del risparmio. Ridurre l’impatto ambientale non può voler dire ridurre la sicurezza, allungare le attese o scaricare responsabilità sui pazienti.

Per questo ogni piano di decarbonizzazione sanitaria dovrebbe essere accompagnato da indicatori clinici: esiti, riammissioni, infezioni correlate all’assistenza, tempi di attesa, soddisfazione dei pazienti, accessibilità territoriale, continuità assistenziale.

La vera domanda non è se un ospedale consuma meno in assoluto, ma se consuma meno a parità o miglioramento degli esiti di salute. Un reparto che riduce energia ma peggiora comfort, sicurezza o tempi di cura non è sostenibile. È solo più povero. Un sistema che riduce sprechi, ricoveri evitabili e duplicazioni mantenendo alta la qualità, invece, è realmente sostenibile.

Cinque mosse concrete per una sanità a minore impatto

La prima è misurare l’impronta ambientale dei percorsi di cura, non solo degli edifici. Sapere quanta CO₂ equivalente produce un percorso oncologico, cardiologico o diabetologico consente di intervenire dove l’impatto è maggiore.

La seconda è spostare sul territorio tutto ciò che può essere gestito fuori dall’ospedale in sicurezza: cronicità stabilizzata, follow-up, monitoraggi, educazione terapeutica, prevenzione e assistenza domiciliare.

La terza è ridurre l’uso improprio di farmaci, esami e dispositivi. L’appropriatezza è il punto d’incontro tra sostenibilità economica, ambientale e clinica.

La quarta è rendere circolare la gestione dei materiali, distinguendo meglio tra rifiuto ordinario e pericoloso, riducendo il monouso dove possibile e ripensando i kit procedurali.

La quinta è usare il digitale non come slogan, ma come infrastruttura di coordinamento: cartelle interoperabili, telemedicina, telemonitoraggio, prenotazioni intelligenti, logistica predittiva, manutenzione energetica basata sui dati.

Dalla sostenibilità narrata alla sostenibilità misurata

La sanità sostenibile non è un ospedale con qualche pannello solare sul tetto. È un sistema capace di chiedersi, per ogni decisione: migliora la salute? Riduce sprechi? Evita emissioni? Aumenta l’accessibilità? Protegge i più fragili?

La transizione non sarà immediata, né uniforme. Ma una cosa è ormai chiara: ambiente e salute non sono due capitoli separati. L’inquinamento fa ammalare, la crisi climatica aumenta i rischi sanitari, gli eventi estremi mettono sotto pressione ospedali e servizi territoriali. Allo stesso tempo, anche la cura produce impatti che devono essere governati.

La sanità del futuro dovrà essere più vicina, più preventiva, più digitale, più efficiente e più trasparente. Perché un sistema sanitario che spreca meno risorse, riduce le emissioni e mantiene alta la qualità della cura non è solo più sostenibile: è più giusto, più resiliente e più preparato alle sfide che stanno già arrivando.

Fonti:

  1. OECD – Decarbonising Health Systems Across OECD Countries
    Rapporto OCSE sul contributo dei sistemi sanitari alle emissioni di gas serra e sulle strategie di decarbonizzazione del settore sanitario.
    https://www.oecd.org/en/publications/decarbonising-health-systems-across-oecd-countries_5ac2b24b-en.html
  2. World Health Organization – Health-care waste
    Scheda OMS sui rifiuti sanitari, con dati sulla quota di rifiuti non pericolosi e pericolosi prodotti dalle strutture sanitarie.
    https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/health-care-waste
  3. NHS England – Delivering a Net Zero NHS
    Piano del sistema sanitario inglese per raggiungere la neutralità climatica, con focus su farmaci, anestetici, inalatori, supply chain ed energia.
    https://www.england.nhs.uk/greenernhs/a-net-zero-nhs/
  4. NHS England – Areas of focus: medicines, anaesthetic gases and inhalers
    Approfondimento sul peso dei farmaci nell’impronta carbonica del NHS e sulle aree prioritarie di intervento.
    https://www.england.nhs.uk/greenernhs/a-net-zero-nhs/areas-of-focus/
  5. Health Care Without Harm – Health care’s climate footprint
    Report internazionale sull’impatto climatico globale del settore sanitario.
    https://noharm-global.org/documents/health-care-climate-footprint-report
  6. Istituto Superiore di Sanità – Ambiente e salute
    Sezione ISS dedicata al rapporto tra ambiente, salute pubblica, prevenzione e sostenibilità.
    https://www.iss.it/ambiente-e-salute
  7. Ministero della Salute – Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025
    Documento di riferimento italiano per prevenzione, promozione della salute, equità e approccio One Health.
    https://www.salute.gov.it/portale/prevenzione/dettaglioContenutiPrevenzione.jsp?lingua=italiano&id=5772&area=prevenzione&menu=vuoto
  8. Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali – DM 77/2022 e sanità territoriale
    Materiali e approfondimenti sulla riorganizzazione dell’assistenza territoriale, Case della Comunità, Centrali Operative Territoriali e assistenza domiciliare.
    https://www.agenas.gov.it/aree-tematiche/assistenza-territoriale
  9. The Lancet Countdown – Health and Climate Change
    Report annuale sugli effetti del cambiamento climatico sulla salute e sui sistemi sanitari.
    https://www.lancetcountdown.org/
  10. European Commission – Green Public Procurement
    Risorse europee sugli acquisti pubblici verdi e sui criteri ambientali applicabili anche al settore sanitario.
    https://green-business.ec.europa.eu/green-public-procurement_en

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