Eolico in Italia: il vento c’è, ora servono reti, regole e visione industriale
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Eolico in Italia: il vento c’è, ora servono reti, regole e visione industriale

L’Italia ha un potenziale eolico importante, ma non basta avere vento. Per trasformarlo in energia pulita, bollette più stabili e maggiore indipendenza dall’estero servono tre cose: reti elettriche adeguate, iter autorizzativi più rapidi e una filiera industriale capace di competere.

Il punto è semplice: la transizione energetica non si misura solo in pale installate, ma nella capacità del sistema di far arrivare quell’energia dove serve, quando serve e a costi sostenibili.

Il paradosso dell’eolico italiano

Nel 2025 l’Italia ha raggiunto circa 83,5 GW di potenza rinnovabile installata, di cui 43,5 GW da fotovoltaico e 13,6 GW da eolico. Le fonti rinnovabili hanno coperto circa il 41% della domanda elettrica nazionale, un dato rilevante ma ancora insufficiente rispetto agli obiettivi al 2030.

Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima prevede infatti di arrivare a circa 131 GW di capacità rinnovabile entro il 2030. Per l’eolico, il traguardo è particolarmente ambizioso: circa 28,1 GW complessivi, di cui 2,1 GW offshore. Tradotto: in pochi anni l’Italia dovrebbe più che raddoppiare la potenza eolica attuale.

Il problema? Il ritmo non è ancora quello giusto.

Nel 2024, secondo WindEurope, l’Italia ha installato 685 MW di nuova capacità eolica onshore, il 32% in più rispetto al 2023. Un segnale positivo, ma ancora lontano dalla velocità necessaria per centrare i target climatici ed energetici. A livello europeo, nel 2024 sono stati installati 16,4 GW di nuova potenza eolica, di cui 12,9 GW nell’Unione europea. Tuttavia, per raggiungere gli obiettivi 2030, l’Ue dovrebbe installare circa 30 GW l’anno: quasi il doppio del ritmo attuale.

Reti elettriche: l’infrastruttura invisibile della transizione

Quando si parla di rinnovabili, l’attenzione pubblica si concentra quasi sempre sugli impianti. Pannelli, turbine, pale, cantieri. Molto meno sulle reti. Eppure, sono proprio le reti elettriche a decidere se l’energia prodotta potrà davvero essere utilizzata.

Il tema è stato evidenziato anche da Raul Gil, Executive Vice President Transmission di Prysmian, intervenuto a WindEurope Madrid: pensare che elettrificazione e transizione energetica possano procedere senza investimenti nelle reti è un errore strutturale.

Il punto è cruciale. L’eolico produce dove la risorsa è disponibile, spesso in aree distanti dai grandi centri di consumo. Senza linee di trasmissione, interconnessioni, accumuli e sistemi digitali di gestione, il rischio è creare energia pulita che non riesce a entrare pienamente nel sistema.

Terna, nel Piano di Sviluppo 2025, ha previsto oltre 23 miliardi di euro di investimenti nei prossimi dieci anni per potenziare la rete nazionale, integrare le rinnovabili e aumentare la capacità di scambio tra le diverse zone del Paese. È un passaggio decisivo: senza una rete più robusta, anche gli impianti già autorizzati rischiano di incontrare colli di bottiglia.

Autorizzazioni: due anni possono essere troppi

Il secondo nodo riguarda i tempi autorizzativi. In Europa, e in particolare in Italia, ottenere permessi e connessioni può richiedere anni. Per un settore che deve crescere rapidamente, questa lentezza rappresenta un freno agli investimenti.

Il paradosso è evidente: da un lato si fissano obiettivi sempre più ambiziosi, dall’altro gli operatori si confrontano con procedure complesse, normative non sempre coordinate e incertezza sui tempi. In un mercato globale competitivo, l’incertezza regolatoria può pesare quanto il costo della tecnologia.

Eppure, la domanda di energia rinnovabile è forte. Le imprese cercano contratti di fornitura a lungo termine, i cosiddetti PPA – Power Purchase Agreement, per ridurre l’esposizione alla volatilità dei prezzi energetici. Gli strumenti come i contratti per differenza possono inoltre offrire maggiore stabilità agli investitori e protezione ai consumatori.

In altre parole, l’eolico non è solo una scelta ambientale. È anche una leva economica.

Energia pulita, ma anche industria

Il dibattito sull’eolico riguarda sempre più la politica industriale. L’Europa possiede competenze avanzate nella produzione di componenti, cavi, tecnologie di rete, turbine, servizi di ingegneria e sistemi digitali. Ma competere con Paesi che hanno costi più bassi e regole ambientali meno stringenti non è semplice.

Per questo, secondo Gil, il settore delle reti e dei cavi dovrebbe essere considerato parte integrante della strategia industriale europea. Non basta incentivare la produzione di energia pulita: bisogna anche proteggere e valorizzare le filiere che rendono possibile quella produzione.

Il tema è particolarmente importante per l’Italia, che ospita operatori industriali di primo piano e può giocare un ruolo rilevante nella catena del valore delle rinnovabili. Sviluppare l’eolico significa creare occupazione qualificata, investimenti nei territori, competenze tecniche e nuove opportunità per le imprese.

Offshore: il grande potenziale ancora fermo

Un capitolo a parte riguarda l’eolico offshore. L’Italia, con i suoi oltre 7.000 chilometri di coste, avrebbe un potenziale significativo, soprattutto grazie alle tecnologie flottanti, adatte ai fondali profondi del Mediterraneo.

Ma la situazione è ancora molto arretrata. La capacità offshore operativa nel Paese resta intorno a poche decine di MW, mentre il PNIEC prevede 2,1 GW entro il 2030. Secondo Reuters, diversi progetti sono in attesa di passaggi regolatori e aste dedicate, con una pipeline potenziale molto superiore alla capacità oggi installata.

Il rischio è perdere una finestra industriale importante. L’offshore non è solo produzione elettrica: significa porti, cantieri, logistica, manutenzione, acciaio, cavi, competenze marittime. Una filiera che potrebbe creare migliaia di posti di lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno.

Il ruolo dei territori

C’è poi un tema spesso sottovalutato: il rapporto con le comunità locali. L’eolico modifica il paesaggio e richiede un confronto serio con i territori. Senza ascolto, pianificazione e benefici condivisi, ogni progetto rischia di trasformarsi in conflitto.

La sfida è superare la contrapposizione sterile tra “sì” e “no” alle rinnovabili. Servono criteri chiari sulle aree idonee, valutazioni ambientali rigorose, compensazioni trasparenti e ricadute economiche locali. Solo così l’eolico può diventare non un’imposizione dall’alto, ma un’opportunità di sviluppo.

Il vento non aspetta

L’Italia si trova davanti a una scelta. Può continuare a procedere lentamente, accumulando obiettivi, decreti e ritardi. Oppure può trasformare l’eolico in uno dei pilastri della propria sicurezza energetica.

I numeri raccontano una direzione precisa: entro il 2030 servono più rinnovabili, più rete, più accumuli, più velocità autorizzativa. Ma soprattutto serve una visione industriale. Perché la transizione energetica non è soltanto una questione di emissioni: è competitività, lavoro, autonomia e capacità di programmare il futuro.

Il vento, in Italia, c’è. Ora bisogna decidere se lasciarlo passare o trasformarlo in energia.

   

Fonti: 

  • GreenPlanner Magazine, “Eolico, l’Italia può correre ma servono reti, regole e visione industriale”, 28 aprile 2026.
  • Terna, comunicato sui consumi elettrici 2025 e dati del sistema elettrico nazionale.
  • Terna, Piano di Sviluppo 2025 della rete elettrica nazionale.
  • Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Piano Nazionale Integrato Energia e Clima 2024.
  • WindEurope, “Wind energy in Europe: 2024 Statistics and the outlook for 2025-2030”.
  • Reuters, dati 2025 su produzione rinnovabile, capacità installata e consumi elettrici in Italia.
  • Reuters, approfondimento su eolico offshore in Italia e obiettivi 2030. 

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