Tingere i vestiti in modo naturale: che colore ha la sostenibilità?
Sostenibilità

Tingere i vestiti in modo naturale: che colore ha la sostenibilità?

Immagine: Hermes Rivera, Unsplash

Dalla moda “ingegneristica” che con il biodesign ricorre ai microrganismi, per arrivare al recupero delle antiche tecniche naturali, ecco le possibilità industriali green per le colorazioni dei tessuti.

Tra gli elementi che rendono il fast fashion insostenibile per l’ambiente e per l’uomo ci sono le colorazioni dei capi di abbigliamento. Trattamenti che richiedono quantità non precisamente stimabili di acqua e che utilizzano sostanze nocive anche per la salute. I numeri non sono mai precisi sull’argomento, proprio perché la dispersione degli agenti chimici non è così facilmente misurabile. Ciò che si sa con certezza, è che una situazione preoccupante è già in atto e va acuendosi.

 

Le origini delle colorazioni chimiche

Nel 1856 sir William Perkin, allora diciottenne, riuscì a ottenere una sostanza in grado di colorare i tessuti in modo indelebile. Come molte intuizioni di grande successo, avvenne per caso, mentre il chimico era intento a sintetizzare una versione alternativa del chinino. Il colore così prodotto risultò resistente sia al sole che ai lavaggi, quindi si compresero subito i potenziali utilizzi.

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Si era alla vigilia di quella rivoluzione industriale che sarebbe stata caratterizzata da un enorme sviluppo dell’industria chimica e tessile. E un sistema di tintura più rapido ed efficace incontrava le esigenze di produzioni sempre più massicce.

 

La capillarità dei pericoli

In un’inchiesta della CNN del 2020 si legge quanto le colorazioni chimiche risultino aggressive sul piano ecologico, innanzitutto. La tintura industriale di un paio di jeans, ad esempio, può richiedere circa 7500 litri di acqua. Ettolitri che, una volta conclusi i trattamenti, vengono riversati nei fiumi, nei mari e utilizzati per l’irrigazione. Così, trattandosi di sostanze non biodegradabili, proseguono la loro azione inquinante. Al punto che coloranti tessili sono stati trovati su frutta e verdura in zone del Bangladesh ad alta industrializzazione, ad esempio. Si arriva poi al livello di inquinamento in cui gli agenti chimici con cui sono stati trattati i tessuti entrano in contatto con la pelle. Si tratta di un mix di metalli pesanti, fissanti, alcali e colorazioni industriali. Ma il circolo vizioso non si interrompe qui, e i capi proseguono il percorso in lavatrice, disperdendo le sostanze nel ciclo di lavaggio.

 

Le possibili alternative: il biodesign

La ricerca dei materiali si spinge verso dimensioni sempre più naturali, dal tradizionale cotone ai filati più innovativi. Perciò, sarebbe fortemente antitetico tingere vestiti bio con colorazioni nocive. Tra le possibili soluzioni che si prospettano, dunque, ci sono gli orizzonti del biodesign, una disciplina che intreccia sostenibilità e richieste del mercato. In che modo? Grazie alla bio-progettazione ingegneristica basata su elementi naturali come alghe, funghi, enzimi e lieviti.

Faber Futures, ad esempio, è agenzia e laboratorio, fucina in cui la scienza incontra la moda. Un modello attivo da oltre un decennio, a cui si deve la scoperta di un pigmento derivato da un microbo- lo streptomyces coelicolor- che, combinato con le fibre, dà una colorazione sfumata e con gradazioni diverse in base al terreno di provenienza.

 

Chimica e sostenibilità

Officina39, invece, è un’azienda biellese che ha brevettato un metodo per ottenere i pigmenti di colore a partire dai capi usati. Il complesso sistema si chiama Recycrom e dà nuova vita all’abbigliamento riciclato e agli scarti industriali di tessuto. Estrarre, quindi, i pigmenti a partire dai capi presenta un duplice vantaggio: da una parte, un'ampia gamma di colori per intercettare le necessità del mercato; dall’altra, la prospettiva di reimmettere i capi in un doppio upcycling.

 

Natural Cotton Color

Ma c’è anche chi opta per scelte più radicali, come il gruppo brasiliano Natural Cotton Color, un ecobrand che supervisiona un circuito di piantagioni di cotone portate avanti senza l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti. Il consorzio si basa sulla produzione di cotone bio, che vira naturalmente dal classico bianco verso le sfumature del beige e del marrone. Quello che si ottiene è un filato che non contiene colorazioni chimiche e perciò, non essendo sottoposto a processi di tintura, non sbiadisce.

 

Colorazioni naturali e veg

Se, da una parte, progresso significa nuove tecnologie, dall’altra può significare volgere lo sguardo al passato. Ad esempio, ad alcune colorazioni naturali e antichissime utilizzabili anche nel processo industriale. Rabarbaro, henné rosso, spirulina, corteccia di castagno e mallo di noce sono solo alcuni tra i più noti ed efficaci. Ma c’è anche l’indigo, utilizzato dalle popolazioni asiatiche già nel secondo millennio a.C. e oggi recuperato da aziende che trattano il denim.

Si parte da una lenta macerazione delle foglie in soluzione alcalina, per poi far solidificare il composto melmoso che si crea. L’assonanza non trae in inganno: dall’Indigofera Tinctoria il colore che viene fuori è proprio l’indaco. L’effetto naturale non si perde nel corso del tempo e, anzi, il colore si intensifica con i lavaggi. L’assenza di anilina e paracloroanilina, poi, rendono i tessuti tinti meno pericolosi anche per la pelle.

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