Sostenibilità nel settore della moda: le materie prime
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Sostenibilità nel settore della moda: le materie prime

Immagine: Mel Poole, Unsplash

Guida ai criteri di valutazione della sostenibilità e dei tessuti “anti-spreco” del futuro. Ecco la sfida lanciata dalle aziende di moda emergenti, in cui l’innovazione della start-up incontra la dimensione della produzione artigianale.

Per definire la sostenibilità è necessario partire dalla base e, pertanto, capire come e quando i tessuti sono effettivamente sostenibili. Si è già parlato delle certificazioni per i capi che seguono una filiera corretta a livello umano e ambientale, ma come fare a decretare la sostenibilità delle materie prime?

Overview sui tessuti

I filati si distinguono in naturali (di origine animale o vegetale), sintetici o artificiali. I primi sono quelli solo apparentemente più sostenibili (i metodi di produzione più diffusi purtroppo dimostrano che non è esattamente così). La sostenibilità delle fibre naturali di origine animale parte dal benessere del bestiame, che non deve essere sottoposto a trattamenti intensivi o tosature che ne compromettano le condizioni di salute. Parallelamente, nel caso di tessili di origine vegetale, devono provenire da semi non OGM e colture che non impiegano pesticidi chimici e fertilizzanti. Tra i tessuti più virtuosi ci sono canapa, lino, sughero e cotone organico. Sintetico, ma che si presta a essere molto rispettoso dell’ambiente, è il poliestere riciclato. Queste fibre possono essere prodotte fondendo scarti di plastica sia industriali che di provenienza domestica e rappresentano un nuovo orizzonte per lo smaltimento di un materiale che affolla anche gli oceani. C’è poi la bioplastica che, sebbene artificiale, è un tessuto altamente sostenibile poiché ricavato da scarti agricoli. Cereali e patate, infatti, possono essere utilizzati per produrre un filato che si presenta come altamente sostenibile e persino compostabile.

Le certificazioni per orientarsi nella sostenibilità

Ci sono, poi, le fibre a Certificazione GRS (Global Recycle Standard): quelle, cioè, in cui è garantita la presenza di materiali riciclati. Promossa da Textile Exchange, un’organizzazione no-profit che opera in tutto il mondo, questo tipo di certificazione insiste sul riciclo di materiali già esistenti. In un’economia globale affaticata dai volumi di produzione, GRS disincentiva la realizzazione di nuovi tessuti, riqualificando i vecchi attraverso la circolarità. Un aspetto che questa organizzazione considera è anche il basso impatto del tessuto e la sua provenienza: non si limita, infatti, al riutilizzo di derivati della plastica, ma estende il raggio di azione a tutti i tessili. Tracciabilità e manifattura, poi, sono altri due elementi che determinano ulteriormente la sostenibilità di un filato e del capo che da esso sarà prodotto. Passaggi che incideranno inevitabilmente sull’LCA (Life Cycle Assessment), la valutazione del ciclo di vita del prodotto.

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I nuovi orizzonti dei brand ecosotenibili

In un’indagine Altroconsumo condotta su 18 tipi di filati diversi, tra naturali e sintetici, sono emerse delle considerazioni (probabilmente) inaspettate che catalogano come maggiormente sostenibili i filati sintetici. E il sottobosco di microimprese e start-up vocate alla sostenibilità e all’artigianalità è fitto e virtuoso. In Italia sono in aumento realtà che conciliano moda e ambiente, ciascuna con la propria cifra stilistica. Ci sono quelle, come Cingomma ed Ecodream, che riutilizzano camere d’aria e pneumatici per produrre accessori. O quelle improntate al riciclo di tessuti già esistenti, come WRÅD, o alla lingerie, come LATTE The Label che utilizza fibra di bamboo, impiegando così molta meno acqua nel ciclo produttivo.

Un argomento estremamente sfaccettato: è sempre opportuno ricordare però che la sostenibilità va garantita sia a monte che a valle. In altre parole, non si può né si deve demandare tutto unicamente al ciclo di produzione, ma assumersi le giuste responsabilità da consumatori sul trattamento dei capi, sulla loro frequenza di utilizzo e di lavaggio, ad esempio. E solo cambiando pelle si potrà indossare davvero la sostenibilità.

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