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Turismo sostenibile, se le strategie di tutela creano reddito

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Esiste una via praticabile per lavorare allo sviluppo turistico di un luogo, valorizzando al tempo stesso la sua diversità ecosistemica e promuovendone la tutela? Ne hanno discusso esperti del settore cooperazione e imprenditoria durante l’incontro “Turismo e sviluppo sostenibile, il caso Myanmar”, organizzato da Oikos e Ostello Bello nell’ambito del progetto STAR, con il supporto dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.

Il turismo è uno dei pochi settori al mondo che registra una crescita costante. Sempre più persone sentono il desiderio di spostarsi oltre i confini nazionali per esplorare nuovi orizzonti e incontrare nuove persone. Questo fenomeno produce diverse conseguenze, e se quelle economiche sono ben indagate e quasi sempre approvate, risultano un po’ meno chiari gli impatti di questi movimenti rispetto ad ambienti fragili e comunità locali non ancora interessate da flussi internazionali.

È il caso del Myanmar, paese che dopo la caduta della dittatura militare ha iniziato ad aprirsi al turismo, mostrando a viaggiatori increduli le sue foreste di mangrovie e le sue barriere coralline, pagode e paesaggi eccezionali, tutti ancora da scoprire. Qui le potenzialità legate allo sviluppo turistico sono molto alte, ma richiedono attenzione e capacità affinchè l’aumento delle presenze e dei conseguenti flussi economici non vada a danneggiare ecosistemi e identità culturali che ancora resistono.

Il tema rappresenta quindi una sfida per i prossimi anni ed è stato presentato con attenzione in occasione dell’incontroTurismo e sviluppo sostenibile, il caso Myanmar, organizzato da Oikos e Ostello Bello nell’ambito del progetto STAR, con il supporto dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo SviluppoPossibile conciliare sviluppo socio economico e tutela ambientale? Una domanda imprescindibile quando si affronta il concetto di sviluppo sostenibile e delle sue implicazioni sul territorio.

Carlo Alberto dalla Chiesa, amministratore delegato di Ostello Bello, tra i primi a credere nell’apertura di una nuova attività di accoglienza in Myanmar, parte dal senso di responsabilità verso le persone con cui si lavora e verso i luoghi nei quali il lavoro stesso prende forma. Si pensi ad esempio agli equilibri economici che cambiano, con flussi di denaro che arrivano nel Paese, stipendi che crescono e che in qualche modo rischiano di compromettere il tessuto sociale nel quale vengono distribuiti. Un caso limite, non lontano dalla realtà: se lo stipendio medio di un insegnante è di 200 dollari al mese, mentre chi lavora come guida turistica arriva a prendere 1500 dollari per lo stesso periodo, il pericolo è quello di creare disequilibri all’interno di famiglie e intere comunità, disincentivando ruoli e pratiche necessarie al mantenimento di ecosistemi umani vitali.

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Lavorare allo sviluppo di pratiche di turismo sostenibile significa anche, in questo caso, saper mantenere un tessuto sociale attivo, in cui ci siano ancora giovani che investono in professioni fondamentali, come l’insegnamento. Perché il turismo che funziona è quello costruito grazie alle persone, ricorda Dalla Chiesa, grazie alle relazioni di fiducia che si riescono a intrecciare con i referenti territoriali, gli addetti ai lavori, le persone di riferimento di una comunità. Serve dialogare con rispetto e muoversi con uno sguardo attento.  

Durante il primo viaggio in Myanmar, nel 2013, racconta l’Ad. di Ostello Bello, non c’erano bancomat nel Paese, se non in una delle banche più grosse di Yangon. L’anno successivo i dispositivi erano posizionati persino all’interno di una Pagoda. Ostello Bello Bagan ha aperto ufficialmente nel 2015 e da allora continua nel lavoro di studio e ricerca per migliorare anche il proprio impatto sulle risorse naturali e nella gestione dei rifiuti.

L’emergenza ambientale affianca infatti quella culturale: in Myanmar, così come in altri Paesi emergenti del sud est asiatico, la povertà dilagante porta la popolazione locale ad avvicinarsi ad attività illegali, che spesso diventano l’unico sostentamento all’interno di una comunità. Taglio illegale di legname, traffico illecito di fauna selvatica, pesca di frodo sono solo alcuni tra gli esempi citati da Lara Beffasti, antropologa culturale e Programme Manager Myanmar per Istituto Oikos, associazione che da oltre 10 anni lavora nel paese per promuovere una gestione partecipata delle risorse naturali.

Tre assi per il raggiungimento geli obiettivi di conservazione

Dopo anni di ricerca e lavoro sul campo il team di Oikos ha compreso come gli obiettivi di conservazione potessero essere raggiunti solo lavorando su tre assi fondamentali. Il primo livello è quello istituzionale, attraverso il quale il team dell’associazione insiste nel promuovere forme di scambio tra autorità locali, settore privato e società civile, al fine di arrivare ad una condivisione di standard ambientali e sociali accettabili. 

Il secondo asse coinvolge la società civile, chiamata ad aderire ad una nuova idea di turismo, che parta dal basso e sappia riconoscere e valorizzare le conoscenze locali, per gli esperti si tratta di CBT, Community-Based tourism. Basti pensare a come, nelle regione Tanintharyi, nel sud del Myanmar, l’ospitalità turistica, così come intesa comunemente, sia un’attività fuori dalle potenzialità economiche delle singole famiglie, che non hanno a disposizione guest house riconosciute o auto con le quali accogliere e trasportare i turisti. Diverso sarebbe immaginare una forma di turismo di comunità, che ben potrebbe adattarsi alle strutture abitative già presenti nei villaggi di residenti.

Il terzo asse riguarda il settore privato e la micro imprenditoria: in questo senso Oikos lavora per supportare piccole start up, trovando grant che possano finanziare e formare nuove idee e percorsi lavorativi rivolti a giovani interessati a intraprendere una carriera nel turismo sostenibile. Questa finestra aperta sull’integrazione di reddito consentirebbe, se ben strutturata e capillarizzata sul territorio, una strategia di contrasto alle attività illegali che assediano molti dei villaggi birmani, dove gli stessi abitanti hanno dovuto eliminare il pesce dalla tradizionale dieta alimentare perché l’intero pescato viene venduto.

I soldi sono troppo pochi e le famiglie spesso si lasciano coinvolgere in attività che compromettono il loro stesso ambiente di vita, come la pesca con la dinamite. Secondo gli esperti il turismo di comunità può quindi diventare parte di un programma più ampio di gestione territoriale, valorizzando le potenzialità ambientali dell’area di intervento, lottando contro la dispersione umana e il degrado ambientale, promuovendo buone pratiche di sviluppo sostenibile.

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Tags: Sostenibilità nel turismo