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Oceani: dall’Inghilterra arriva un piano per tutelare le acque internazionali entro il 2030

oceano - nonsoloambiente

Negli ultimi 50 anni il Mediterraneo ha perso oltre il 40% dei mammiferi marini e almeno il 93% degli stock ittici risultano sovrasfruttati. Il report “30X30 A blueprint for ocean protection” dell’Università di York delinea una strategia volta a proteggere almeno il 30% degli oceani entro il 2030 attraverso la creazione di una rete di aree protette nelle acque internazionali.

Ogni Stato ha una propria struttura amministrativa, grazie alla quale governa il territorio di sua competenza. Ma cosa succede quando un confine amministrativo si trova in mare?

Nel caso dell’Europa, ogni Stato ha diritto a decidere sulle proprie acque territoriali: si tratta di aree che si allontanano dalla costa massimo 12 miglia nautiche, in alcuni casi anche solo 6 miglia, quindi tra i 24 e i 12 km. Al di fuori di questa giurisdizione, le acque non sono più di competenza dei singoli Stati e sono dette “internazionali”, ancor più complicate da gestire e tutelare.

Un dettaglio importante, considerando che le acque di alto mare rappresentano ben il 43% della superficie del Pianeta e la loro esistenza permette a specie come balene, tonni, tartarughe e pinguini di migrare e spostarsi in cerca di nutrimento. Ma la ricchezza di biodiversità non è l’unica ragione per conservare questi immensi patrimoni naturali: gli oceani assorbono circa il 30% dell’anidride carbonica prodotta dalle attività antropiche, mitigando gli effetti del riscaldamento globale. Non ultimo, più di 3 miliardi di persone dipendono dalla biodiversità marina e costiera per il proprio sostentamento.

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Ad oggi, però, i continui stress causati da attività antropiche come pesca a strascico, estrazioni minerarie e sversamento di inquinanti in mare, rischiano di compromettere gravemente le funzioni ecosistemiche svolte dagli oceani e causare un danno incalcolabile al pianeta intero.

Il report “30X30 A blueprint for ocean protection”, elaborato da ricercatori ed esperti facenti capo al Professor Callum Roberts, Università di York, per la prima volta dimostra la possibilità di creare una rete di aree protette in grado di tutelare le acque internazionali attraverso azioni legalmente vincolanti, così da mantenere e valorizzare gli habitat marini ad alto valore ecologico.

“La comunità scientifica - spiega Greenpeace, che ha diffuso i risultati di questi studi - teme che sotto la pressione di molteplici fattori, dalla pesca eccessiva all’inquinamento, si possano innescare fenomeni degenerativi irreversibili”. Solo attraverso un’azione ampia e organica, confermano i ricercatori del Regno Unito, sarà possibile evitare il collasso degli ecosistemi di alto mare: la comunità internazionale deve attivarsi per dare vita ad una rete di aree protette a livello globale. Il report “30x30” intende quindi stabilire delle priorità per i Governi, troppo spesso ancorati ai singoli profitti di pesca o di estrazione. Basti pensare alle condizioni in cui versa il Mediterraneo. Se pur rappresenti solo l’1% dell’estensione complessiva dei mari del Pianeta, questo bacino di biodiversità è messo a dura prova dalle attività di sfruttamento: negli ultimi 50 anni ha perso oltre il 40% dei mammiferi marini una volta presenti nelle sue acque e almeno il 93% degli stock ittici risultano sovrasfruttati.

Solo recentemente sono state istituite delle zone di protezione ecologica, ma non sono sufficienti a raggiungere gli obiettivi di tutela necessari al mantenimento di un ambiente così complesso. Esiste, ad esempio, un’unica area protetta d’alto mare nel Mediterraneo, Pelagos, il santuario dei cetacei istituito ormai 20 anni fa tra Francia, Italia e Monaco. Una decisione che purtroppo non è stata accompagnata da un piano di gestione reale, in grado di bilanciare interessi di tutela e sfruttamento economico delle acque interessate. Questa mancata strategia si è tradotta in una grave assenza di azioni di tutela condivise.

Non a caso il Professor Callum Roberts, alla guida del team di ricercatori, ha contribuito alla realizzazione di mappe e scenari in cui viene ipotizzata la tutela del 30% delle acque internazionali entro il 2030, rispettando le aree di maggior interesse economico per la pesca. Non va infatti dimenticato un elemento importante: il valore di mercato derivante dallo sfruttamento delle risorse marine e costiere è stimato intorno ai 3mila miliardi di dollari, il 5% del PIL globale.

Un dato che i ricercatori hanno tenuto in considerazione, per arrivare ad una strategia di conservazione in grado di rispettare le aree di maggior interesse per l’economia della pesca e la sua continuità. Il mondo scientifico incalza, in attesa che le forze politiche si decidano ad agire: “The need is immediate and the means readily available - si legge nel report - All that is required is the political will”.

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Tags: Biodiversità