Finanziamenti dannosi per il clima e la biodiversità
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Finanziamenti dannosi per il clima e la biodiversità

Ogni anno, si spende il 7% del pil globale in azioni che danneggiano direttamente il clima e la biodiversità.

Da sempre, i summit internazionali sul clima comportano il proliferare di analisi inerenti al tema, allo scopo di fornire dati utili al dibattito e punti di partenza stabili per definire le necessarie strategie. Non ha fatto eccezione la COP28, da poco terminata a Dubai (Nonsoloambiente ne ha scritto qui, qui, e a breve verrà pubblicata un’analisi delle conclusioni raggiunte): secondo il nuovo rapporto “State of Finance for Nature 2023” presentato dell’United Nations environment programme (Unep) e da Global Canopy ed Economics of Land Degradation proprio a Dubai, ogni anno si spende il 7% del pil globale in azioni che danneggiano direttamente la natura, per un totale di 7.000 miliardi di dollari.

“Ogni anno a livello globale vengono investiti quasi 7 trilioni di dollari in attività che hanno un impatto negativo diretto sulla natura da fonti sia del settore pubblico che privato - equivalenti a circa il 7% del prodotto interno lordo (PIL) globale” si legge nel report.

Investimenti “virtuosi” troppo esigui

L’analisi sottolinea, in particolare, una notevole disparità tra i volumi di finanziamento per soluzioni basate sulla natura e i flussi finanziari che hanno impatti negativi sul patrimonio naturale.

I numeri, infatti, parlano chiaro: nel 2022 gli investimenti in soluzioni virtuose per l’ambiente ammontavano a circa 200 miliardi di dollari, ma i flussi finanziari verso attività che lo danneggiano direttamente erano oltre 30 volte maggiori. 

“Le soluzioni basate sulla natura sono drammaticamente sottofinanziate. Gli investimenti annuali negativi per la natura sono oltre 30 volte più grandi dei finanziamenti per soluzioni basate sulla natura che promuovono un clima stabile e un territorio e una natura sani. Per avere qualche possibilità di raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile, questi numeri devono essere ribaltati – con veri custodi della terra, come le popolazioni indigene, tra i principali beneficiari”, ha affermato Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’UNEP.

L’origine dei “finanziamenti dannosi” per la natura

Da dove provengono i finanziamenti dannosi?  Gli investimenti privati ricoprono un ruolo primario, con flussi finanziari globali che ammontano a 5000 miliardi di dollari ogni anno. Costruzioni, aziende dell’elettricità, il real estate, petrolio e gas, settore agroalimentare e tabacco i maggiori responsabili- con il 43% degli investimenti - dei danni a foreste, zone umide e altri ecosistemi o habitat preziosi per la biodiversità e l’adattamento alla crisi climatica.

Per quanto riguarda i Governi, i sussidi ambientalmente dannosi riguardano prevalentemente quattro settori: agricoltura, combustibili fossili, pesca e gestione delle foreste, capaci di muovere 1700 miliardi di dollari l’anno (dati UNEP). In particolare, tra 2021 e 2022, i sussidi al consumo di fonti fossili sono raddoppiati da 563 a 1163 miliardi di dollari.

Business as usual insufficiente per raggiungere gli obiettivi

Dati alla mano, l’Unep avverte che “per raggiungere gli obiettivi della  Rio Convention sulla limitazione del cambiamento climatico a 1,5° C, così come l’ obiettivo del  Global Biodiversity Framework di proteggere il 30% della terra e del mare entro il 2030 e raggiungere la neutralità del degrado del suolo, i flussi finanziari verso soluzioni basate sulla natura devono quasi triplicare dai livelli attuali (200 miliardi di dollari) per raggiungere i 542 miliardi di dollari all’anno entro il 2030 e quadruplicare fino a raggiungere i 737 miliardi di dollari entro il 2050”.

Come? “Sia i finanziamenti pubblici che gli investimenti privati ​​devono aumentare drasticamente, in concomitanza con il riallineamento dei flussi finanziari che hanno un impatto dannoso sulla natura. Mentre i finanziamenti pubblici continueranno a svolgere un ruolo fondamentale, i finanziamenti privati ​​possono potenzialmente aumentare la loro quota di finanziamenti basati sulla natura dall’attuale 18% al 33% entro il 2050".

Una possibile roadmap dopo la COP28

Alla luce dei fatti, il “business as usual” non si rivela una strada praticabile, anche e soprattutto in relazione all’obiettivo che il documento conclusivo redatto a Dubai ha identificato come obiettivo prioritario per il prossimo futuro: il percorso di “transitioning away” per l’abbandono dei combustibili fossili.

Ridirezionare strategicamente gli investimenti potrebbe fornire al percorso una possibile roadmap per il raggiungimento dell’obiettivo, mettendo in campo le risorse necessarie ad accrescerne progressivamente la credibilità.


Immagine di copertina: Eelco BöhtlingkUnsplash

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