Dal campo all’energia e ritorno: perché il biogas agricolo può cambiare il modo di produrre
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Dal campo all’energia e ritorno: perché il biogas agricolo può cambiare il modo di produrre

Quando pensiamo alle energie rinnovabili immaginiamo pannelli solari, pale eoliche e grandi impianti. C'è però una fonte rinnovabile che nasce in un luogo molto meno associato alla transizione energetica: la campagna.

È il biogas agricolo, prodotto attraverso la digestione anaerobica di biomasse come effluenti zootecnici, residui agricoli e sottoprodotti agroindustriali. La particolarità è che, in questo caso, l'energia non rappresenta necessariamente la fine del processo. Può essere uno dei passaggi di un ciclo più ampio, nel quale tornano al campo anche i materiali residui della produzione.

Ed è proprio questo il modello che il CIB - Consorzio Italiano Biogas definisce Biogasfattobene: integrare produzione energetica, agricoltura ed economia circolare. 

Non solo energia: cosa succede dentro un digestore

Il principio è relativamente semplice.

All'interno di un digestore anaerobico, in assenza di ossigeno, microrganismi trasformano la sostanza organica producendo biogas, composto principalmente da metano e anidride carbonica.

Il biogas può essere utilizzato per produrre energia elettrica e calore oppure, dopo un processo di upgrading che separa il metano dalle altre componenti, può diventare biometano e essere immesso nella rete del gas o utilizzato come carburante. Ma c'è un secondo prodotto importante: il digestato. Ed è qui che la storia diventa interessante per l'agricoltura.

Il digestato può essere utilizzato come fertilizzante organico, restituendo al terreno parte degli elementi nutritivi presenti nelle biomasse di partenza. Il CIB indica proprio la valorizzazione del digestato e il miglioramento della fertilità dei suoli tra gli elementi centrali del proprio modello agricolo.

In altre parole: dal campo arriva materia organica → la materia produce energia → ciò che rimane può tornare al campo. Un ciclo, non una semplice trasformazione lineare.

L'Italia punta sul biometano

Il biometano non è una tecnologia marginale all'interno della strategia energetica italiana.

Il PNIEC 2024, pubblicato dal GSE, prevede una crescita significativa del contributo del biometano e stima per il 2030 una produzione complessiva nazionale di biogas per usi termici ed elettrici e di biometano per combustione e trasporti pari a circa 4,6 Mtep.

Il piano indica inoltre un utilizzo di circa 4 miliardi di metri cubi di biometano nel settore termico, con particolare riferimento a quello industriale.

La direzione è quindi abbastanza chiara: utilizzare il gas rinnovabile anche dove l'elettrificazione diretta può essere più complessa.

E il potenziale potrebbe essere ancora maggiore

Nel PNIEC viene citato anche uno studio del Politecnico di Torino secondo il quale il potenziale di produzione di biometano da digestione anaerobica in Italia potrebbe arrivare a 6,5 miliardi di metri cubi.

Il dato è una stima di potenziale, non una produzione già disponibile: una distinzione importante quando si parla di transizione energetica.

Il documento individua, inoltre, alcune direttrici per sviluppare questa filiera senza entrare in conflitto con la produzione alimentare: maggiore utilizzo degli effluenti zootecnici, residui agricoli e sottoprodotti agroindustriali e un crescente impiego delle colture di secondo raccolto.

Secondo lo stesso PNIEC, al 2030 si potrebbe arrivare a destinare al biogas almeno il 65% degli effluenti zootecnici oggi prodotti.  È un punto fondamentale. La domanda non dovrebbe essere soltanto quanto biogas possiamo produrre?, ma anche da quali biomasse e con quale impatto sul sistema agricolo.

Dal PNRR agli impianti agricoli

La crescita del settore è stata sostenuta anche dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Il decreto ministeriale del 15 settembre 2022 ha destinato 1,7304 miliardi di euro alla misura per lo sviluppo del biometano, nell'ambito dell'investimento PNRR dedicato alla produzione di biometano secondo criteri di promozione dell'economia circolare. La misura comprende nuovi impianti alimentati da matrici agricole e rifiuti organici e la riconversione di impianti a biogas agricoli esistenti.

Nel 2026 il settore è entrato però in una fase diversa: quella in cui gli investimenti devono trasformarsi in impianti effettivamente operativi e in una filiera capace di continuare a crescere anche oltre il PNRR.

Il CIB ha infatti sottolineato proprio nel 2026 la necessità di consolidare lo sviluppo del biogas e del biometano agricolo dopo la stagione degli investimenti PNRR. 

Un caso concreto arriva dalla Lombardia

Per capire cosa significhi tutto questo nella pratica, basta guardare alle aziende agricole che stanno sperimentando il modello.

Nel giugno 2026 il CIB ha inaugurato a Caravaggio, in provincia di Bergamo, la prima tappa dei Farming Days 2026, ospitata dall'Azienda Agricola Bizzoni. L'iniziativa è stata pensata proprio per mostrare sul campo come biogas e biometano possano essere integrati nella gestione agricola, con l'obiettivo di collegare produzione energetica, competitività dell'azienda e decarbonizzazione.

Non è un dettaglio secondario. Uno dei problemi della transizione energetica è spesso la distanza tra la tecnologia raccontata sulla carta e quella effettivamente integrata nei sistemi produttivi. Nel caso del biogas agricolo, invece, l'impianto energetico può diventare parte della stessa azienda agricola.

Ma non è una soluzione senza condizioni

Proprio perché il settore sta crescendo, sarebbe sbagliato presentare il biogas come una soluzione universale. La sostenibilità dipende dalle matrici utilizzate, dalla gestione degli impianti, dalle pratiche agricole, dai trasporti e dall'intero ciclo di vita.

Anche la normativa europea impone requisiti di sostenibilità per il biometano incentivato, mentre le politiche nazionali stanno cercando di indirizzare la produzione verso matrici e modelli coerenti con l'economia circolare. E c'è poi una questione economica.

Nel febbraio 2026 il CIB ha segnalato le difficoltà legate alla revisione del meccanismo dei prezzi minimi garantiti per gli impianti biogas, sottolineando il rischio di compromettere la stabilità economica delle aziende produttrici. La transizione, quindi, non dipende soltanto dalla tecnologia.

Dipende anche dalla capacità di costruire regole stabili e un mercato che permetta agli investimenti di durare nel tempo.

La vera domanda è cosa succede dopo il PNRR

Il PNRR ha accelerato gli investimenti. Ora arriva la parte più difficile: capire se il settore riuscirà a trasformare questa spinta in una filiera strutturale.

Il CIB indica per il 2030 una traiettoria di 5,7 miliardi di metri cubi di gas rinnovabile agricolo, obiettivo che il Consorzio considera raggiungibile attraverso il consolidamento della filiera.  Il numero è ambizioso, ma soprattutto racconta un cambio di prospettiva.

Il biogas agricolo non viene più visto soltanto come una tecnologia per produrre elettricità. Può diventare una componente di un sistema nel quale energia, agricoltura, gestione dei residui e fertilità del suolo sono collegati. E forse è proprio questa la parte più interessante.

La transizione energetica non avviene sempre lontano dalle nostre campagne, dentro enormi infrastrutture. A volte può iniziare da una stalla, da un residuo agricolo o da un digestore e poi tornare al punto di partenza, sotto forma di energia e materia organica.

Non è soltanto produrre energia dai campi. È provare a costruire un sistema in cui energia e agricoltura si sostengono a vicenda.

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