I boschi fantasma stanno avanzando: quando il mare entra nelle foreste
Biodiversità

I boschi fantasma stanno avanzando: quando il mare entra nelle foreste

Ci sono foreste che non vengono abbattute, incendiate o divorate dalla siccità. Semplicemente, il mare arriva sempre più vicino.

Lungo alcune delle coste più basse degli Stati Uniti sta comparendo un paesaggio inquietante: tronchi grigi e spogli che rimangono in piedi nell'acqua o in terreni ormai paludosi, circondati da arbusti e vegetazione sempre più tollerante al sale. Sono le “ghost forests”, le foreste fantasma e rappresentano uno degli effetti meno conosciuti dell'innalzamento del livello del mare.

Non è soltanto una questione paesaggistica. La trasformazione di una foresta costiera in una zona salmastra modifica la biodiversità, il ciclo del carbonio e la capacità degli ecosistemi di proteggere le coste. E soprattutto racconta qualcosa di importante: il cambiamento climatico non sta soltanto facendo salire il mare. Sta spostando fisicamente i confini degli ecosistemi.

Il problema comincia molto prima dell'acqua

Il processo è più lento e complesso di quanto potrebbe sembrare.

Quando il livello del mare aumenta, l'acqua salata può penetrare nelle falde e nei terreni costieri. Gli alberi delle foreste d'acqua dolce, non abituati a concentrazioni elevate di sale, iniziano progressivamente a perdere la capacità di assorbire acqua e nutrienti.

La salinità può quindi diventare letale anche prima che un'area venga completamente sommersa.

A quel punto gli alberi muoiono ma rimangono in piedi per anni. Nel frattempo, specie più tolleranti al sale colonizzano il terreno e la foresta comincia lentamente a trasformarsi in una palude salmastra. È così che nasce una ghost forest: un ecosistema non viene semplicemente cancellato ma sostituito da un altro.

Il caso della costa atlantica americana

Uno dei territori più studiati è la costa della North Carolina, dove il fenomeno è particolarmente evidente.

Uno studio pubblicato su Environmental Research Letters ha analizzato circa 4.000 km² della penisola Albemarle-Pamlico utilizzando immagini satellitari, rilievi LiDAR e misurazioni sul campo.

Tra il 2001 e il 2014, il 15% dei terreni pubblici non gestiti analizzati - pari a circa 167 km² - è passato da foresta costiera ad una condizione di transizione verso la ghost forest, caratterizzata dalla progressiva sostituzione degli alberi con arbusti e piante erbacee più tolleranti al sale.

La trasformazione ha comportato una perdita netta di circa 0,13 teragrammi di carbonio nella biomassa sopra il suolo dell'area studiata.

Il dato è particolarmente interessante perché dimostra che la perdita della foresta può essere osservata e misurata prima ancora che il territorio venga completamente sommerso.

La salinizzazione, infatti, funziona come una sorta di segnale anticipatore dell'innalzamento del mare.

Nel 2025 è arrivata una fotografia ancora più grande

La dimensione del fenomeno è emersa con ancora maggiore chiarezza da una ricerca pubblicata su Nature Sustainability nel 2025.

I ricercatori hanno utilizzato immagini aeree ad altissima risoluzione e tecniche di intelligenza artificiale per individuare gli alberi morti lungo la costa atlantica degli Stati Uniti. Il risultato è impressionante: sono stati mappati oltre 10 milioni di alberi morti, con più di 6 milioni concentrati nelle foreste situate sotto i cinque metri di quota.

Lo studio ha inoltre rilevato che, in molte delle aree analizzate, la principale causa della mortalità non era semplicemente l'allagamento, ma la salinizzazione del terreno.

È un particolare importante. Significa che gli effetti dell'innalzamento del mare possono manifestarsi sulla vegetazione molto prima che l'acqua ricopra stabilmente il territorio.

E il carbonio che fine fa?

Le foreste costiere sono importanti anche perché immagazzinano grandi quantità di carbonio.

Uno studio dell'U.S. Geological Survey, pubblicato nel 2024, ha analizzato le foreste umide lungo due importanti sistemi fluviali della Georgia e della South Carolina: il Savannah River e il Winyah Bay. La quantità media di carbonio presente nella biomassa sopra il suolo è risultata pari a circa 172,9 tonnellate di carbonio per ettaro.

Lo studio ha inoltre rilevato perdite di carbonio associate a condizioni di salinità delle acque sotterranee già a concentrazioni relativamente basse, intorno a 1,3 parti per mille. Questo rende le ghost forests interessanti anche dal punto di vista climatico.

Quando una foresta muore, infatti, non scompare soltanto un habitat: cambia anche il modo in cui quell'ecosistema immagazzina, trasferisce e rilascia carbonio.

Ma una foresta che diventa palude è davvero una perdita?

Qui la questione diventa più interessante.

La trasformazione non significa necessariamente che ogni funzione ecologica venga persa. Una foresta costiera può lasciare spazio ad una palude salmastra, un ecosistema che a sua volta può fornire habitat, protezione dalle mareggiate e capacità di accumulare carbonio nei sedimenti.

Il problema nasce quando la migrazione naturale dell'ecosistema viene impedita. Strade, argini, edifici e altre infrastrutture possono creare una barriera fisica che impedisce alla palude di spostarsi verso l'interno mentre il mare avanza.

Il risultato può essere una sorta di “compressione” dell'ecosistema costiero: da una parte il mare, dall'altra le infrastrutture umane.

Secondo la ricerca pubblicata su Nature Sustainability, alcune infrastrutture di protezione hanno effettivamente ridotto la perdita forestale nel breve periodo: le strade hanno ridotto la perdita osservata del 40% e gli argini del 79% nelle aree analizzate. Ma gli autori sottolineano che si tratta di una protezione temporanea rispetto a un innalzamento del livello del mare che continua nel tempo.

Una lezione anche per le nostre coste

Il fenomeno delle ghost forests è stato studiato soprattutto negli Stati Uniti ma il meccanismo alla base è globale: quando il livello del mare aumenta, gli ecosistemi costieri devono poter migrare verso l'interno per mantenere la propria continuità.

Questo riguarda mangrovie, paludi salmastre, zone umide e foreste costiere.

Il problema, quindi, non è soltanto quanto salirà il mare, ma anche se gli ecosistemi avranno lo spazio necessario per seguirlo.

È una prospettiva che cambia il modo di pensare all'adattamento climatico. Proteggere una costa non significa necessariamente costruire un muro nel punto in cui arriva oggi il mare. In alcuni casi può significare lasciare spazio alla natura affinché possa spostarsi.

Quando il paesaggio diventa un indicatore climatico

Le ghost forests hanno anche un'altra caratteristica interessante: sono facili da vedere.

Un tronco morto che emerge da una palude può sembrare semplicemente il risultato di una malattia o di un evento locale. In realtà, quando il fenomeno si ripete su migliaia di ettari, diventa una sorta di termometro biologico dell'innalzamento del mare.

Gli alberi stanno mostrando dove l'acqua salata è già arrivata e, in alcuni casi, possono indicare dove arriverà domani.

Per questo le foreste fantasma sono più di un'immagine suggestiva della crisi climatica. Sono una dimostrazione concreta di come il riscaldamento globale possa modificare la geografia degli ecosistemi, centimetro dopo centimetro.

E forse il messaggio più importante è proprio questo: il mare non deve necessariamente sommergere una foresta per farla scomparire. A volte è sufficiente che inizi a entrare nel terreno.

Fonti:   

Potrebbero interessarti ...

  • Su di noi

    Nonsoloambiente è un magazine online interamente dedicato all’informazione ambientale, che vuole offrire un contributo alla diffusione della cultura sostenibile, donando ai suoi lettori una visione pluralista e aggiornata sulle principali novità del settore, attraverso contenuti freschi, originali e di qualità.