Nucleare sostenibile: il vero paradosso italiano non è dire sì o no, ma decidere troppo tardi
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Nucleare sostenibile: il vero paradosso italiano non è dire sì o no, ma decidere troppo tardi

Il ritorno del nucleare nel dibattito energetico italiano intreccia decarbonizzazione, sicurezza, costi e consenso. Ma il punto decisivo è il tempo: mentre la crisi climatica accelera, le nuove centrali richiedono programmazione, autorizzazioni, filiere industriali e fiducia pubblica. La domanda, oggi, non è solo “nucleare sì o no”, ma “quale energia serve, entro quando, a quale costo e con quali garanzie?”.

Una tecnologia di lungo periodo in un Paese che ha bisogno di risposte rapide

Il nucleare è tornato al centro della discussione pubblica italiana con una parola chiave: sostenibilità. Non più soltanto atomo, centrali e referendum, ma sicurezza energetica, emissioni, competitività industriale, indipendenza dal gas e stabilità della rete.

Il paradosso è evidente: il nucleare viene presentato come una risposta alla crisi climatica ed energetica, ma è una risposta che, nella migliore delle ipotesi, guarda al medio-lungo periodo. E il tempo, nella transizione ecologica, non è una variabile secondaria: è l’indicatore più sottovalutato.

Nel 2025, secondo Terna, la domanda elettrica italiana è stata pari a 311,3 TWh. Le rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda, in lieve calo rispetto al 42% del 2024, mentre il fotovoltaico ha raggiunto un nuovo record di produzione con 44,3 TWh, pari a un aumento del 25% sull’anno precedente. Nello stesso anno l’Italia ha aggiunto 7,2 GW di nuova capacità rinnovabile, un ritmo importante ma ancora insufficiente rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione al 2030.

Il punto è proprio qui: il sistema elettrico cambia già oggi, ma le grandi scelte infrastrutturali producono effetti domani. E tra oggi e domani c’è il rischio di una zona grigia fatta di annunci, attese e ritardi.

Il nucleare come promessa: meno CO₂, più stabilità, ma non subito

Il nucleare ha un vantaggio evidente: produce elettricità con basse emissioni dirette di CO₂ e può fornire energia continua, programmabile, indipendente dalle condizioni meteorologiche. In un sistema sempre più basato su solare ed eolico, questa caratteristica viene spesso indicata come un elemento di stabilizzazione.

A livello globale, l’interesse è reale. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha rivisto al rialzo per il quinto anno consecutivo le proprie proiezioni: nello scenario alto, la capacità nucleare mondiale potrebbe arrivare a 992 GW elettrici entro il 2050, contro i 377 GW del 2024; nello scenario basso, salirebbe comunque a 561 GW, pari a un aumento del 50%. Gli Small Modular Reactors, gli SMR, potrebbero rappresentare il 24% della nuova capacità nello scenario più ambizioso, ma solo il 5% in quello più prudente.

Numeri che mostrano una tendenza: il nucleare non è uscito dalla storia energetica, anzi. Ma non dicono automaticamente che ogni Paese sia pronto a ripartire, né che ogni progetto sia economicamente o socialmente sostenibile.

Il nucleare ha un vantaggio evidente: produce elettricità con basse emissioni dirette di CO₂ e può fornire energia continua, programmabile, indipendente dalle condizioni meteorologiche. In un sistema sempre più basato su solare ed eolico, questa caratteristica viene spesso indicata come un elemento di stabilizzazione. A livello globale, l’interesse è reale. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha rivisto al rialzo per il quinto anno consecutivo le proprie proiezioni: nello scenario alto, la capacità nucleare mondiale potrebbe arrivare a 992 GW elettrici entro il 2050, contro i 377 GW del 2024; nello scenario basso, salirebbe comunque a 561 GW, pari a un aumento del 50%. Gli Small Modular Reactors, gli SMR, potrebbero rappresentare il 24% della nuova capacità nello scenario più ambizioso, ma solo il 5% in quello più prudente. Numeri che mostrano una tendenza: il nucleare non è uscito dalla storia energetica, anzi. Ma non dicono automaticamente che ogni Paese sia pronto a ripartire, né che ogni progetto sia economicamente o socialmente sostenibile.

L’Italia non parte da zero, ma parte da una condizione particolare: non produce energia nucleare da decenni, deve ancora completare la gestione dell’eredità del vecchio programma atomico e non ha ancora un deposito nazionale operativo per i rifiuti radioattivi.

Il disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile, attualmente all’esame della Camera, prevede che il Governo eserciti la delega entro un anno per disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile, nel quadro degli obiettivi europei e internazionali di decarbonizzazione al 2050. Il testo riguarda anche programma nazionale, governance, sicurezza, formazione, localizzazione degli impianti, gestione dei rifiuti radioattivi, smantellamento delle installazioni esistenti e possibile istituzione di un’autorità amministrativa indipendente.

La copertura economica prevista nel dossier parlamentare è pari a 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027, 2028 e 2029 per l’attuazione degli investimenti previsti dalla delega. A questi si aggiungono 1,5 milioni di euro per il 2025 e 6 milioni per il 2026 destinati a campagne informative rivolte ai cittadini e alle popolazioni interessate dalla localizzazione degli impianti.

Sono cifre utili ad avviare cornici, studi e processi informativi, ma non rappresentano ancora un piano industriale di costruzione. Ed è qui che il dibattito deve diventare più maturo: parlare di nucleare sostenibile significa parlare anche di costo del capitale, tempi autorizzativi, responsabilità pubbliche, assicurazioni, filiera del combustibile, rifiuti e consenso territoriale.

Il tempo come KPI: quanto vale un megawatt che arriva nel 2040?

Nel dibattito energetico italiano si usano spesso indicatori come costo per MWh, potenza installata, emissioni evitate o capacità di generazione. Ma ce n’è uno che andrebbe aggiunto: il tempo di entrata in esercizio.

Un impianto che riduce emissioni tra quindici anni non ha lo stesso impatto climatico di una tecnologia installabile in tre o cinque anni. Non perché sia inutile, ma perché agisce su un orizzonte diverso. La transizione energetica ha bisogno di più livelli: risposte immediate, soluzioni di medio periodo e infrastrutture strategiche per il 2050.

Per questo, quando si discute di nucleare, servirebbe una metrica nuova: euro investiti per tonnellata di CO₂ evitata entro una certa data. Non solo “quanto costa produrre energia”, ma “quanto rapidamente quell’investimento riduce davvero le emissioni”.

È una differenza sostanziale. Se l’obiettivo è tagliare le emissioni entro il 2030, la priorità ricade su rinnovabili, accumuli, reti, efficienza energetica, elettrificazione dei consumi e semplificazione autorizzativa. Se l’obiettivo è costruire un sistema elettrico decarbonizzato al 2050, allora anche il nucleare può rientrare nel perimetro della discussione. Ma confondere i due orizzonti rischia di produrre cattive politiche.

SMR: tecnologia promettente, ma ancora da dimostrare su larga scala

La narrativa del nuovo nucleare si concentra spesso sugli SMR, reattori modulari di piccola taglia, progettati per essere costruiti in serie, ridurre i tempi di cantiere e adattarsi meglio a contesti industriali o territoriali specifici.

L’idea è affascinante: reattori più piccoli, standardizzati, potenzialmente più rapidi da realizzare e più flessibili rispetto alle grandi centrali tradizionali. Ma tra potenziale tecnologico e mercato maturo c’è una distanza.

Gli SMR sono oggi una delle principali scommesse dell’industria nucleare internazionale, ma la loro competitività dipenderà dalla capacità di passare da pochi prototipi o prime applicazioni a una produzione seriale, con costi prevedibili e autorizzazioni replicabili. La stessa IAEA, nelle sue proiezioni, attribuisce agli SMR un ruolo molto diverso a seconda dello scenario: dal 24% della nuova capacità nello scenario alto al 5% in quello basso.

Questo significa che il loro peso futuro non è scontato. Dipenderà da investimenti, regole, accettazione pubblica, catene di fornitura e capacità di ridurre davvero tempi e costi.

Costi e ritardi: il tallone d’Achille delle grandi infrastrutture

Il nucleare, soprattutto in Europa, porta con sé un tema delicato: i costi di costruzione. I grandi reattori di nuova generazione hanno spesso registrato ritardi e aumenti di budget. In Francia, EDF ha alzato la stima per sei nuovi reattori EPR2 a 72,8 miliardi di euro, rispetto ai 51,7 miliardi indicati quando il progetto era stato annunciato nel 2022. La decisione finale di investimento è attesa entro la fine del 2026 e il primo reattore è previsto per il 2038.

Nel Regno Unito, il progetto Hinkley Point C è stato rinviato al 2030, con costi stimati a 35 miliardi di sterline a prezzi 2015, quasi il doppio rispetto alla stima iniziale del 2016.

Questi esempi non dimostrano che il nucleare sia impossibile. Dimostrano però che la sostenibilità economica non può essere trattata come un dettaglio tecnico. Se i costi crescono, qualcuno li paga: lo Stato, i consumatori, le imprese o una combinazione dei tre.

La sostenibilità non è solo carbonio

Uno degli errori più frequenti è ridurre la sostenibilità energetica a una sola variabile: la CO₂. Le emissioni sono centrali, ma non esauriscono la questione.

Una fonte energetica sostenibile deve essere valutata almeno su cinque dimensioni:

  • Emissioni lungo il ciclo di vita

Quanta CO₂ equivalente viene prodotta considerando costruzione, combustibile, gestione e dismissione?

  • Tempi di realizzazione

Quando l’impianto sarà davvero operativo e quando inizierà a contribuire alla decarbonizzazione?

  • Costo totale del sistema

Quanto costano impianto, finanziamento, sicurezza, gestione dei rifiuti, decommissioning e integrazione nella rete?

  • Rischio e responsabilità

Chi risponde in caso di incidente, ritardo, extra-costo o fallimento industriale?

  • Accettazione sociale

Le comunità coinvolte sono informate, consultate e tutelate?

In questo senso, parlare di “nucleare sostenibile” non significa usare un’etichetta rassicurante. Significa accettare una verifica rigorosa, trasparente e misurabile.

Il nodo delle scorie: l’eredità che precede il futuro

C’è poi il tema dei rifiuti radioattivi. Prima ancora di costruire nuove centrali, l’Italia deve risolvere la gestione della propria eredità nucleare. Il disegno di legge delega include la disciplina dello smantellamento delle installazioni esistenti, dello stoccaggio temporaneo dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, oltre agli impianti di smaltimento definitivo.

È un passaggio cruciale: non si può chiedere fiducia sul nucleare di domani senza dimostrare capacità di gestione sul nucleare di ieri.

Il deposito nazionale non è soltanto un’opera tecnica. È un test di governance. Richiede trasparenza, criteri scientifici, compensazioni territoriali, sicurezza e partecipazione. Senza questo passaggio, ogni discussione sul nuovo nucleare rischia di poggiare su fondamenta fragili.

Il confronto con le rinnovabili: non una guerra, ma una questione di priorità

Su nonsoloambiente.it il dibattito su nucleare e rinnovabili è già stato affrontato evidenziando sia il potenziale del nucleare come componente stabile del mix energetico, sia le criticità legate a costi, tempi, scorie e consenso pubblico. Un articolo più recente ha ricordato che il nucleare è una prospettiva di lungo periodo, mentre la crisi energetica e climatica richiede interventi immediati su rinnovabili, reti ed efficienza.

Il punto non è mettere nucleare e rinnovabili in una competizione ideologica. Il punto è capire quale fonte risponde a quale bisogno.

Le rinnovabili rispondono al bisogno di ridurre subito gas, emissioni e bollette, ma richiedono accumuli, reti intelligenti, flessibilità della domanda e autorizzazioni più rapide. Il nucleare può rispondere al bisogno di generazione continua a basse emissioni nel lungo periodo, ma richiede stabilità politica, capitali enormi, competenze, accettazione sociale e gestione dei rifiuti.

Il vero errore sarebbe usare il nucleare come alibi per rallentare le rinnovabili, o usare le rinnovabili come alibi per non discutere seriamente della stabilità del sistema elettrico al 2050.

I cinque indicatori per un dibattito meno ideologico

Per uscire dallo scontro tra slogan servirebbe valutare ogni scenario energetico attraverso indicatori pubblici e comparabili.

  1. Tempo medio di autorizzazione e costruzione: quanti anni passano dalla decisione politica all’energia prodotta?
  2. Costo livellato dell’energia e costo di sistema: Quanto costa il MWh considerando anche rete, accumuli, sicurezza, incentivi e finanziamento?
  3. Emissioni evitate entro il 2030, 2040 e 2050: Non basta dire “basse emissioni”: conta quando il taglio avviene.
  4. Quota di importazioni strategiche: Uranio, gas, componenti tecnologiche, batterie, materie prime critiche: ogni fonte ha dipendenze diverse.
  5. Consenso territoriale misurabile: Numero di consultazioni, ricorsi, tempi di accettazione, partecipazione delle comunità locali.

Solo così il dibattito può diventare adulto: meno tifoserie, più dati.

Il paradosso italiano: decidere lentamente su tecnologie lente

L’Italia ha spesso un problema di coerenza temporale. Discute per anni di grandi strategie, ma fatica ad attuare rapidamente anche le soluzioni già mature. Questo vale per le reti elettriche, per le autorizzazioni alle rinnovabili, per gli accumuli, per il deposito nazionale, per l’efficienza energetica degli edifici.

Con il nucleare il rischio è amplificato: una tecnologia complessa, costosa e di lungo periodo inserita in un sistema decisionale spesso lento e frammentato.

Il paradosso non è voler discutere di nucleare. È farlo senza avere, contemporaneamente, una strategia accelerata per tutto ciò che serve prima: rinnovabili, rete, accumuli, riduzione dei consumi, elettrificazione, industria nazionale, formazione tecnica e fiducia pubblica.

Il nucleare non può essere una scorciatoia

Il ritorno del nucleare nel dibattito italiano merita attenzione, ma non scorciatoie. Può essere una componente di una strategia energetica di lungo periodo, ma non può diventare la risposta immediata alla crisi climatica né il pretesto per rinviare ciò che è già disponibile.

La sostenibilità non si misura con le intenzioni, ma con risultati verificabili: tonnellate di CO₂ evitate, tempi rispettati, costi trasparenti, sicurezza garantita, rifiuti gestiti, cittadini coinvolti.

La domanda decisiva, allora, non è solo se l’Italia debba tornare al nucleare. È se il Paese sia disposto a costruire finalmente una politica energetica capace di rispettare il tempo. Quello della tecnologia, quello dell’economia e soprattutto quello del clima.

Fonti:

  • La Gazzetta del Mezzogiorno, “Sostenibilità e tempi lunghi, il paradosso italiano sul rilancio del Nucleare”, 10 maggio 2026.
  • Camera dei Deputati, Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile – A.C. 2669, dossier del 9 marzo 2026.
  • Nonsoloambiente.it, “Nucleare, Pichetto Fratin rilancia la strategia italiana a Parigi”, 11 marzo 2026.
  • Nonsoloambiente.it, “Crisi energetica: tra carbone, rinnovabili e nucleare, cosa c’è davvero dietro le parole del ministro”, 4 maggio 2026.
  • Nonsoloambiente.it, “Rinnovabili e nucleare: un dibattito aperto”, 12 luglio 2024.
  • Terna, Consumi elettrici 2025 e copertura della domanda da fonti rinnovabili, 21 gennaio 2026.
  • Reuters, Italy solar power production hit new record in 2025, Terna says, 21 gennaio 2026.
  • IAEA, Nuclear power projections 2025, 15 settembre 2025.
  • Commissione europea, EU Taxonomy: Complementary Climate Delegated Act on nuclear and gas, 2022.
  • Reuters, France’s EDF raises cost estimate for six reactors to €72.8 billion, dicembre 2025.
  • The Guardian, Hinkley Point C delayed to 2030 as costs climb to £35bn, febbraio 2026.

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