Transizione in salita: il 57% delle imprese automotive non investe in innovazione di prodotto
Sostenibilità

Transizione in salita: il 57% delle imprese automotive non investe in innovazione di prodotto

Secondo il Rapporto 2025 dell’Osservatorio TEA presentato al MIMIT, il settore automotive italiano mostra segnali di stagnazione. Solo chi punta sull’elettrico cresce e crea occupazione.

La fotografia scattata dall’Osservatorio sulle Trasformazioni dell’Ecosistema Automotive (TEA) – promosso dalla Venice School of Management dell’Università Ca’ Foscari Venezia in collaborazione con l’Istituto CNR-IRCrES – non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Presentata il 28 gennaio al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la Survey 2025 mette in luce una filiera nazionale in piena fase difensiva, in cui prevale la prudenza strategica e l’inerzia rispetto alla transizione green. I dati parlano chiaro: oltre il 57% delle imprese della filiera automotive italiana non prevede di investire in innovazione di prodotto nei prossimi tre anni, con un aumento significativo rispetto all’anno precedente. Una tendenza che si accompagna a un rallentamento anche sul fronte dell’innovazione di processo, sempre più vincolata a esigenze di contenimento dei costi e di tenuta competitiva in un mercato europeo segnato dall’incertezza e dalle tensioni internazionali.

Il risultato è un’industria che si concentra su componenti e servizi “invarianti”, evitando scelte tecnologiche radicali e posticipando la transizione verso forme di mobilità più sostenibili. Solo una minoranza delle aziende dichiara di investire nella mobilità elettrica, anche se proprio queste realtà registrano i segnali più incoraggianti: non solo innovano, ma assumono. Per esse si prevede infatti un saldo occupazionale positivo (+1,8%), in netta controtendenza rispetto al -4,9% medio del comparto. Emergono tuttavia criticità legate alla reperibilità di competenze specialistiche, soprattutto nei settori dell’elettronica di potenza, del software e della gestione energetica. Il quadro si complica ulteriormente sul piano finanziario. Il 60% delle aziende si affida all’autofinanziamento, considerato più accessibile rispetto al credito bancario, spesso percepito come costoso e complesso. Ancora più allarmante è il fatto che la metà delle imprese non rediga un business plan formale: un segnale che evidenzia l’assenza di visione strategica in una fase cruciale della transizione industriale.

Il messaggio che arriva dalle imprese è chiaro: per sostenere il cambiamento servono misure strutturali. In cima alle richieste al decisore pubblico troviamo la riduzione del costo dell’energia per gli impianti produttivi e una semplificazione delle procedure burocratiche per gli investimenti. Non solo incentivi alla domanda, quindi, ma condizioni sistemiche più favorevoli per accelerare la trasformazione sostenibile della filiera. Nel contesto attuale, la sfida della transizione ecologica nel settore automotive non è solo tecnologica, ma anche culturale e organizzativa. E richiede uno sforzo condiviso tra imprese, istituzioni e mondo della formazione.

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