I siti naturali UNESCO: tra salvaguardia insufficiente e zone tampone
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I siti naturali UNESCO: tra salvaguardia insufficiente e zone tampone

 

La rivista scientifica “Biological Conservation” ha pubblicato la prima ricerca quantitativa su larga scala relativa alla situazione dei siti naturali sotto tutela UNESCO, rivelando un preoccupante avanzare dell’attività antropica e facendo luce sul problema delle zone tampone.

Buona parte dei siti naturali dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO non sono adeguatamente salvaguardati. A rivelare la fragilità di un sistema nato con la convenzione del 1972, firmato da oltre 190 Paesi e volto a conservare le risorse più preziose della Terra, è una ricerca pubblicata su Biological Conservation, che, per la prima volta, ha adottato un approccio scientifico quantitativo su larga scala che ha riguardato 94 dei 229 siti meritevoli di entrare nella lista per via della loro importanza biologica e bellezza naturale.

Oggetto dell’analisi la pressione antropica esercitata da urbanizzazione, agricoltura e allevamento, principali cause della deforestazione alla base dell’aumento dei tassi di estinzione di una nutrita varietà di specie e interi ecosistemi. Secondo i dettami della Convenzione, la responsabilità diretta della conservazione è a capo delle singole nazioni e, nel caso in cui la condizione di un sito venga compromessa in via definitiva, lo stato di Patrimonio dell’Umanità può essere revocato, interrompendo i finanziamenti economici, il supporto tecnico e il ruolo operativo dello Stato stesso all’interno dello sviluppo globale di una rete di opportunità sostenibili.

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Dal 1993 al 2012, il 63% del patrimonio protetto ha subito l’avanzare dell’attività antropica, il 36% da forze e azioni multiple e incrociate di grave entità. I chilometri quadrati di foreste scomparse sono oltre settemila, la maggior parte delle quali concentrate nel Nord America, mentre i singoli casi di declino più importanti si rilevano in Turchia (Goreme National Park), Cina (Mount Taishan) e India (Manas Wildlife Sanctuary).

L’attenzione dello studio, però, si rivolge soprattutto alle cosiddette zone tampone, ossia le aree circostanti ai siti protetti, comprese in 10km di raggio. Secondo le Linee Guida Operative dell’UNESCO, si raccomanda, senza obbligo, che tali superfici forniscano una protezione aggiuntiva ai beni riconosciuti come patrimonio mondiale dell’umanità. Nella realtà dei fatti, non solo questo accorgimento non viene preso in considerazione, ma spesso vi è un totale sfruttamento delle aree limitrofe, nelle quali la pressione antropica è cresciuta del 400% rispetto al principio degli anni ’90.

Se da un lato ciò dimostra, per contrasto, come la creazione di zone protette sia effettivamente efficace per limitare il declino, dall’altro è la controprova che stiano diventando sempre più isolate. Un problema sottovalutato, in quanto l’integrità ecologica di molte aree naturali dipende direttamente dal modo in cui si relazionano con l’habitat e gli ambienti circostanti, e la degradazione dell’ecosistema confinante predispone quello interno a un andamento simile.

In Europa si è registrato un lieve miglioramento nella contrazione dell’attività antropica, ma, in generale, i dati necessitano un’integrazione qualitativa più approfondita. Nel computo non sono state infatti tenute in considerazione minacce o cause indirette tra cui bracconaggio, instabilità politica, turismo o le ultime, rapide evoluzioni climatiche dettate dal surriscaldamento globale; né sono stati contemplati eventuali interventi di ecologia restaurativa in atto che potrebbero celare una motivazione positiva per alcuni tratti di deforestazione.

In ogni caso, l’impatto antropico rilevato richiede interventi di conservazione su larga scala, per assicurarsi che il valore dei siti resti protetto e sostenibile in futuro e che le sfide attuali vengano affrontate prontamente. Inoltre, l’apposita commissione dell’Unesco dovrebbe ridiscutere la regolamentazione delle zone tampone, magari investendo maggiori risorse al fine da creare un engagement con le comunità locali, ancora molto sensibili all’ambiente, in modo da contenere ulteriori danni a breve e a lungo termine.

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