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L'impatto ambientale delle rose rosse

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Quanti di voi, complice la festività di San Valentino, hanno regalato (o ricevuto) un mazzo di rose rosse? Beh, ci sono due cose che dovete sapere: la prima è che le vostre rose, con ogni probabilità, non erano made in Italy; la seconda è che non si tratta di un cadeau propriamente eco-friendly.

La maggior parte delle rose rosse sul mercato europeo vengono importate dall'Africa, in particolare dalle calde regioni del Kenya. Nel periodo dell'anno che va da febbraio a maggio, sulla scia di San Valentino e della festa della mamma, si arriva ad una percentuale di vendita del 30% sull'ammontare annuo totale degli acquisti di fiori.

In Kenya la coltivazione delle rose è una risorsa economica vitale per agricoltori e lavoratori della terra, specialmente per le donne. Dall'altro lato della medaglia, però, ci sono una serie di fattori ambientali fortemente implicati in questa pratica. Basti pensare che per annaffiare una singola pianta di rose e farla crescere nella giusta misura occorrono 10 litri d'acqua, risorsa decisamente rara e preziosa in Kenya. Infatti, una delle poche fonti idriche keniote, il lago Naivasha, subisce ogni anno seri danni legati alla coltura delle rose: nell'acqua vengono riversati diserbanti e pesticidi, compromettendo l'equilibrio della società e dell'ecosistema.

L'incidenza di casi di avvelenamento di persone e animali è molto alta, così come è a rischio la sopravvivenza di alcune specie protette come l'elefante. La forte pressione demografica non aiuta di certo: la zona ha visto una concentrazione della popolazione di circa 300.000 unità negli ultimi 20 anni, per una previsione di un milione nel 2019. Le scarse risorse idriche a disposizione sono fortemente contese e le tensioni che si sono create negli ultimi anni hanno generato scontri significativi tra aziende e pastori locali.

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C'è poi un ulteriore annoso problema, relativo al trasporto dei fiori dal Kenya in Europa. Secondo le analisi del Kenya Flower Council (KFC), associazione che include i maggiori coltivatori kenioti di fiori, il trasporto aereo quotidiano da Nairobi verso il Vecchio Continente implica un significativo consumo di carburante, che rilascia nell'atmosfera dannose emissioni. Inoltre questo metodo di trasporto, per essendo il più veloce vista l'alta deperibilità del prodotto, compromette la qualità dei fiori, per via dei repentini cambi di temperatura e delle modalità di imballaggio cui sono sottoposti.

Per cercare una soluzione in grado di risolvere tutte queste criticità, il KFC ha messo in atto una serie di provvedimenti in collaborazione con alcune realtà locali ed internazionali. Ad esempio, grazie ad una collaborazione con il World Wild Fund, il KFC sta regolamentando la gestione delle risorse idriche del lago Naivasha, al fine di ridurre l'inquinamento delle acque e le tensioni sociali.

Per quanto riguarda la distribuzione dei fiori, le imprese keniote e il Royal FloraHolland stanno sperimentando dei contenitori refrigerati per il trasporto via mare, che consentirebbe di ridurre i costi del 38% e le emissioni di gas serra dell'87%.

A questo punto non ci resta che augurarci che la coltura delle rose diventi, in un futuro non troppo remoto, più equa e sostenibile, con l'ausilio di provvedimenti normativi capaci di ridurre l'inquinamento e ristabilire gli equilibri all'interno delle comunità locali.

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Tags: Filiera sostenibile