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Piovono milioni sull’Amazzonia. Ma il pericolo incendi resta

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Gli incendi in Amazzonia ricordano all’intera comunità internazionale quanto le foreste siano un patrimonio comune. Un milione di specie a rischio d'estinzione, 1,6 miliardi di persone che dipendono direttamente dalle foreste per il proprio sostentamento appese ad un filo, i popoli indigeni esposti a violenze e minacce, incendi aumentati del 145% nella zona del Rondônia e Parà.

Si tratta di una crisi senza precedenti, sanabile solo con una reale inversione di marcia: piovono sull’Amazzonia i 20 milioni del G7, ai quali si aggiungono i 5 milioni stanziati da Earth Alliance. Ma il problema di fondo resta: sempre più aree naturali vengono convertite in pascoli e colture destinate a saziare il sistema alimentare attuale.

La crisi che attraversano le foreste del Pianeta è sotto i riflettori a causa degli incendi in Amazzonia, ma avanza da tempo: sono circa 24 milioni gli ettari di foresta tropicale distrutti in Indonesia tra il 1990 e il 2015, mentre solo nel 2019 il numero di incendi negli stati brasiliani di Rondônia e Pará è aumentato del 145% rispetto ai dati registrati negli stessi mesi nel corso del 2018. Le grandi multinazionali cercano nuovi terreni per far spazio a pascoli e colture, soprattutto soia destinata a diventare mangime. Spingono, lavorano ad accordi politici in grado di dar loro quello che cercano: margine per fare profitto. Solo l’Italia importa circa 1,3 milioni di tonnellate di soia ogni anno.

“Le fiamme che stanno consumando l’Amazzonia non sono un problema solo per il Brasile, ma per l’intero Pianeta – spiega Marcio Astrini, referente Greenpeace Brasile - Con l’aumentare degli incendi, infatti, aumentano anche le emissioni di gas serra, favorendo ulteriormente l’innalzamento della temperatura globale e, conseguentemente, il verificarsi di eventi meteorologici estremi che rappresentano un grave pericolo per la fauna selvatica e la vita di migliaia di persone. Agire per porre fine alla deforestazione dell’Amazzonia deve essere un obiettivo globale e un obbligo per chi guida il Paese”.

L’azione richiesta non coinvolge solo il mondo politico: negli ultimi 60 anni si è verificata una conversione di suolo ad uso agricolo senza precedenti, conseguente ad un consumo di carne più che raddoppiato. Le ultime stime FAO sottolineano l’urgenza di riformare l’attuale sistema alimentare: circa il 26% della superficie terrestre è stata convertita in pascoli per animali destinati al macello; per garantire un tale volume di produzione circa un miliardo di tonnellate di cereali viene destinato alla mangimistica ogni anno.

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L’agribusiness chiede spazio. Esercita pressioni sui governi, acquista terreni, impoverisce la biodiversità, calpesta i diritti umani. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, le foreste ospitano a livello mondiale almeno 300 milioni di persone, circa 1,6 miliardi di persone dipendono da questi ecosistemi per il proprio sostentamento. Questo dato sembra non interessare gli attori economici che vedono nelle foreste semplicemente ettari da tradurre in moneta: nessun valore viene dato alla complessità ecosistemica delle foreste, ai servizi ecologici che queste aree naturali offrono costantemente, alle preziose informazioni genetiche, botaniche, alla ricchezza in biodiversità che non sarà più rintracciabile, una volta degradata.

A nulla valgono gli appelli di associazioni come Survival International, che da anni si battono per garantire una degna sopravvivenza alle popolazioni indigene, troppo spesso soggette e violenze e intimidazioni. E così, nel 2019, la difesa delle foreste diventa un gesto di democrazia, un atto per salvare quello che resta di un irrinunciabile patrimonio comune: “Lottare contro i cambiamenti climatici è complicato, ma le soluzioni ci sono e bisogna agire immediatamente - dichiara Martina Borghi, referente campagna foreste di Greenpeace Italia - chiediamo ai governi e alle multinazionali di promuovere pratiche agricole sostenibili ed ecologiche, ma nel frattempo anche noi possiamo fare la nostra parte: una dieta più sana, con meno carne e pasti più ricchi di verdure e proteine di origine vegetale, aiuterà a migliorare l’equilibrio tra ecosistemi naturali e terreni per la produzione agricola”.

Ed è proprio per iniziare a sanare la situazione che sono state annunciate generose donazioni. Da Biarritz, Francia, dove si è da poche settimane concluso il G7, sono stati offerti 20 milioni di dollari. Prima rifiutati, infine accettati dal presidente Jair Bolsonaro come strumento per contrastare gli incendi.

Anche Earth Alliance, la Fondazione voluta dall’attore Leonardo Di Caprio ha messo a disposizione 5 milioni di dollari, seguita da Apple e da molti altri. Tutti contributi che evidenziano una sensibilità e una certa urgenza. La biodiversità che per secoli è stata nascosta e tutelata tra le foreste dell’Amazzonia rischia di scomparire per sempre. E non sarà una pioggia di dollari a fermare gli incendi, a spegnere questa corsa al profitto. Questa crisi globale deve essere affrontata in termini economici ed ecologici, ripensando il sistema di produzione in un’ottica di sostenibilità.

Senza dimenticare che il pericolo resta dietro l’angolo. Come sottolinea la giornalista Eliane Brum, dalle pagine di Guardian “The landowners lobby has always been part of Brazil’s government, formally or not. But today, this has reached a new level. They are not just in the government, they are the government”.La tua azienda ha una best practice da raccontare? Partecipa al prossimo  business format sulla sostenibilità!

Tags: agroalimentare