L’Eresia della Transizione: perché l’Italia sta fallendo l’esame di realtà (e lo Spazio non ci salverà da solo)
Sostenibilità

L’Eresia della Transizione: perché l’Italia sta fallendo l’esame di realtà (e lo Spazio non ci salverà da solo)

I dati Ambrosetti svelano un’Italia a due velocità: campioni di retorica, ma con ritardi decennali sulle infrastrutture critiche. È ora di smettere di "comunicare" la sostenibilità e iniziare a governarla.

Mentre i palchi dei forum internazionali si riempiono di promesse green, i numeri dell’ultima ricerca TEHA Group – Ambrosetti Sicurezza e Indipendenza Energetica: la Rete Di Trasmissione come leva per la competitività dell’Italia ci riportano bruscamente a terra. Il check-up sulla transizione energetica italiana parla chiaro: siamo in linea con i target 2030 solo per il 30% dei KPI. In ambiti cruciali come la generazione da rinnovabili e i sistemi di accumulo, il ritardo accumulato supera addirittura i 10 anni. Si è passati quindi in pochi anni da una crisi "solo" climatica, a una crisi istituzionale e di management.

L'accentramento normativo e il vuoto dell'Industria

L’Italia si trova in una fase cruciale: mancano meno di cinque anni al traguardo del PNIEC 2030 e meno di un anno alla chiusura dei cantieri del PNRR (2026). Eppure, proiettando i trend attuali, la riduzione delle emissioni si fermerà al -37%, lasciando una voragine del 18% rispetto agli obblighi europei.

E qui emerge una prima considerazione: a causa di importanti vuoti normativi, il nostro Paese ha delegato la transizione a un centro decisionale di mercato che parla la lingua della finanza e dei grandi proclami, dimenticando le comunità locali e la nostra industria. Aziende italiane che, tra l'altro, vedono degradare la loro competitività perché l’elettricità resta ancora oggi ostaggio del prezzo del gas, nonostante le rinnovabili siano ormai diventate a tutti gli effetti tecnologie mature e scalabili, con un costo medio di produzione che ha registrato un -90% per il solare e un -70% per l'eolico tra il 2010 e il 2024.

Space Economy e AI: Strumenti o specchietti per le allodole?

Nel mio recente pezzo sulla Space Economy, Perché la Space Economy è l'ultima frontiera della sostenibilità industriale, energetica e umana, ho sottolineato come l’orbita abbia tutte le potenzialità per essere un arbitro imparziale della sostenibilità. I dati Ambrosetti lo confermano implicitamente: senza una rete di trasmissione debitamente orchestrata (il ruolo del TSO) e monitorata dai dati satellitari, continueremo a navigare a vista in balia di guasti, shock termici e disastri ambientali.

Ma attenzione: le osservazioni spaziali e l’AI, se non governate, diventano parte del problema. Come sottolineato in diversi studi anche da Gartner (e ripreso dai forum Ambrosetti sulla digitalizzazione), ignorare la governance dell'innovazione significa veder degradare l’accuratezza dei modelli del 20% ogni 18 mesi. Rischiamo di costruire un sistema dalle grandi potenzialità, che poggia però su piedi d'argilla.

La Sostenibilità Umana: il vero rimosso

C’è un dato attuale ripreso da tutte le più grandi testate giornalistiche che tutto mette nero su bianco: l’Italia è l’unico Paese OCSE dove i salari reali si sono ridotti negli ultimi 30 anni. Come possiamo chiedere alle nostre PMI e ai nostri lavoratori di abbracciare la transizione energetica se non garantiamo loro una Sostenibilità Umana? I giovani chiedono il riconoscimento del merito, ma il sistema risponde con la precarietà e con l’improvvisazione manageriale.

Affidare la sostenibilità a un’unità di comunicazione o a un social media manager rappresenta uno dei peccati originali.

La sostenibilità non è marketing.

È efficienza operativa, è riduzione dei costi di sistema, è indipendenza dai combustibili fossili che ci costano ancora 7.000 miliardi di sussidi impliciti a livello globale.

Approccio arcaico che è stato anche tra le cause che hanno contribuito a rallentare gli iter autorizzativi di progetti rinnovabili, soprattutto in ambito eolico. Non è un caso che proliferino comitati locali che si oppongono a progetti di questo tipo, soprattutto in aree non abituate a ospitare strutture così impattanti dal punto di vista paesaggistico. E tutto ciò avviene anche a causa di un vuoto normativo che permette ai proponenti di presentare progetti al Ministero senza alcun obbligo di passaggio con le comunità locali. Argomento che verrà approfondito nel mio prossimo articolo.

Conclusione: Il Cantiere della Verità

L’ultimo miglio del PNRR nel 2026 sarà la prova del nove. Non basta avere un grande numero di progetti in pipeline se non abbiamo la capacità politica e industriale di estrarre valore in modo circolare e valorizzante.

Forse, se si smettesse di guardare ai Like e al consenso, iniziando a guardare ai MWh prodotti e alle tonnellate di CO2 sequestrata (attraverso la Carbon Capture Storage), si inizierebbero a ottenere risultati di ben altro tipo.

La sostenibilità vera è sempre industriale, energetica, ambientale ed umana. Ogni altro approccio è solo l'ennesimo tentativo di greenwashing di una classe dirigente che ha paura di sporcarsi le mani affrontando la realtà.

E il tempo dell'improvvisazione è scaduto.

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