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In un ecosistema industriale interconnesso, la resilienza di una multinazionale non si misura dai dividendi, ma dalla capacità del suo ultimo fornitore di non restare a piedi. La finanza di filiera non è più solo cassa, è l'infrastruttura sociale della nostra sovranità economica.
Come abbiamo analizzato anche nel precedente articolo sulla Supply Chain Finance SCF , la mancata attenzione sulla sostenibilità di filiera rappresenta un grande rischio operativo e finanziario.
Potenziali criticità che non riguardano solo il tracciamento dell’utilizzo di materie prime energetiche dei fornitori di produzione (a partire dallo scope 3 delle emissioni) ma che abbraccia anche, ampliando l’orizzonte, il come vengono impiegate le persone in fabbrica e lungo la gestione dei servizi. Fattore che in Unione Europea non rappresenta più una scelta solo etica, ma una risposta proattiva alla CSDDD (Corporate Sustainability Due Diligence Directive) che impone ai capofila la responsabilità legale sugli impatti sociali lungo tutta la filiera, prevedendo sanzioni fino al 5% del fatturato globale. Con il tema dei diritti umani che vede affiancarsi anche altri aspetti poco esplorati quali lo stream della mobilità equa e sostenibile.
Aspetto, quest’ultimo, che non viene spesso tracciato, ma che può rappresentare anch’esso un elemento d’indice di fragilità di filiera. Stream, quello del trasporto, che ha un impatto non solo sulle materie prime produttive ed energetiche, ma anche sulle lavoratrici ed i lavoratori che per accedere ai siti produttivi possono essere colpiti dal fenomeno della “povertà dei trasporti”.
Il Paradosso del Capofila
Non è raro incontrare grandi aziende che vantano standard da A++ sui criteri ESG nel bilancio di sostenibilità, che non danno nella pratica un’approfondita attenzione alla gestione dei fornitori, preferendo il vecchio paradigma del “faccio tender, e firmo con il supplier che mi costa meno”.
Fornitori spesso rappresentati da piccole aziende che operano nelle province italiane. Realtà che tutti i giorni combattono contro infrastrutture frammentate (soprattutto nel Sud Italia ed isole) e costi energetici ormai da anni fuori controllo, tanto da diventare per tutti, compresi i normali cittadini, sempre più insostenibili.
Ed in un Paese come l’Italia, che poggia il proprio modello industriale fatto di PMI e imprese famigliari, questa poca attenzione al tema può costare davvero cara non solo in termini puramente economici, ma anche sociali e di sicurezza nazionale.
Sarebbe importante e auspicabile quindi, in un momento di profonda crisi come questo, si creassero tavoli spontanei di leader, manager e CEO visionari che prendano a cuore il tema, al fine di costruire un nuovo sistema virtuoso di collaborazione e di generazione di valore condiviso 4.0. Un valore condiviso che guardi oltre i risultati finanziari di breve periodo (che sono, è giusto specificarlo, sempre fondamentali e che permettono di pagare gli stipendi), abbracciando una visione pragmatica e d’impatto a 360° con vista a 5, 10 e 20 anni.
La Proposta: la SCF come Strumento di Welfare
Ma come potrebbero, concretamente, realtà industriali solide e di successo supportare questa visione?
Una strada percorribile è quella di istituire un Reverse Factory Sociale, dove le aziende di maggior successo si rendono disponibili ad utilizzare la leva della propria stabilità creditizia per invertire la tendenza che vede posticipare sempre più i pagamenti con i piccoli fornitori, anche introducendo clausole di salvaguardia da attivare in determinati periodi di crisi (come quello che stiamo vivendo). Progetto ambizioso, che dovrebbe coinvolgere anche l’intero ecosistema creditizio ed il mondo bancario.
Per avere maggior impatto, sarebbe poi interessante esplorare la possibilità di ancorare questo approccio non solo alla pura liquidità e al cash flow, ma anche ad obiettivi di democratizzazione di trasporto; garantendo quindi un ulteriore upgrade di livello in termini d’impatto. Sfruttando questo approccio anche per permettere al piccolo fornitore di avere liquidità immediata a tassi da "multinazionale" (grazie al rating del capofila) specificamente vincolata a investimenti ESG e mobilità. Trasformando quindi il credito in una leva di trasformazione ecologica guidata, non solo in ossigeno per i debiti.
Agevolando quindi l’intera filiera di supply chain all’accesso di fondi destinati ad esempio a:
- Navette interaziendali per distretti industriali isolati;
- Elettrificazione dei parchi auto dei piccoli fornitori (evitando che restino fuori dalle ZTL/Area B);
- Piani di Mobility as a Service (MaaS) condivisi tra capofila e indotto.
Il Ritorno sull’Investimento (ROI) e sulla stabilità economico/commerciale
Implementare proposte di questo tipo favorirebbe anche un ulteriore abbattimento del rischio d impresa (sempre più ancorato anche alle tensioni internazionali vedi il caso Hormuz) favorendo di conseguenza una maggiore sicurezza del ROI.
Banalmente, se il lavoratore del fornitore Tier 2 arriva al lavoro meno stressato, in meno tempo e senza gravami economici eccessivi, la produttività della filiera sale e di conseguenza sale anche l’indice di stabilità del fornitore. Favorire e finanziare la mobilità dei fornitori non rappresenterebbe quindi un atto di beneficienza o green washing da includere come medaglia nel bilancio di sostenibilità. Rappresenterebbe un investimento strategico di operation molto pragmatico e orientato all’efficienza, in un’ottica di gestione predittiva del rischio.
Se la mobilità diventa un problema, la Supply Chain rallenta o si ferma e si rompono di conseguenza anche strategie di business e piani industriali.
La Sovranità è un Gioco di Squadra
Uscire dalla “sostenibilità astratta” significa comprendere che il rating ESG di una multinazionale dipende dalla dignità (anche di movimento) dell’ultimo operaio dell’ultimo fornitore. Aspetto che non è mai stato così importante come nel periodo di forti tensioni che stiamo vivendo.
È tempo che i CFO, i COO, i Sustainability Manager inizino a parlarsi per costruire piani di resilienza strategica efficienti ed efficaci, potenzialmente scalabili.
La finanza deve scendere in strada ed iniziare a parlare
anche con le "periferie industriali".
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