Spreco alimentare: una sfida etica e ambientale che l’Italia non può più rimandare
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Spreco alimentare: una sfida etica e ambientale che l’Italia non può più rimandare

Il 5 febbraio si celebra la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare. Un’occasione per fare il punto su uno dei paradossi più gravi del nostro tempo: mentre milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare, ogni anno vengono sprecate oltre un miliardo di tonnellate di cibo a livello globale. E in Italia, nonostante segnali di miglioramento, il cammino verso la sostenibilità resta lento. Secondo i dati diffusi dal WWF Italia nell’ambito della campagna “Our Future”, nel 2025 lo spreco alimentare settimanale pro-capite nel nostro Paese si è attestato a 554 grammi, in calo rispetto ai 617 del 2024, ma ancora ben lontano dall’obiettivo fissato dall’Agenda ONU 2030, che indica una soglia di sostenibilità pari a 369,7 grammi.

Sprecare cibo significa dissipare risorse naturali, compromettere ecosistemi e vanificare il lavoro di intere filiere agroalimentari. Ogni alimento buttato è il frutto di habitat alterati, acqua e suolo impiegati, energia consumata, sostanze chimiche disperse nell’ambiente e ore di lavoro investite. Tutto questo in un sistema alimentare che già oggi supera ampiamente i limiti ecologici del pianeta. Il fenomeno ha una portata globale: oltre 2 miliardi di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare, e 673 milioni soffrono la fame. Eppure, il cibo sprecato utilizza inutilmente il 30% dei terreni agricoli, 250 km³ di acqua dolce e produce oltre 3 miliardi di tonnellate di CO₂ ogni anno, contribuendo in modo diretto al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità.

Anche in Europa, lo spreco alimentare rappresenta il 16% dell’impatto ambientale complessivo del sistema alimentare, con effetti significativi sull’uso del suolo, dell’acqua e sulla salute degli ecosistemi. Se fosse una nazione, lo spreco alimentare sarebbe il quinto emettitore di gas serra dell’Unione Europea. In Italia, la contraddizione si fa ancora più evidente. Oltre 5 milioni di tonnellate di cibo finiscono nella pattumiera ogni anno, con un costo economico stimato in 7,3 miliardi di euro solo in ambito domestico. Nel 2025, l’indice FIES ha registrato un preoccupante aumento dell’insicurezza alimentare, arrivando al 14% rispetto al 10% del 2024. A pagare il prezzo più alto sono le famiglie del Sud e del Centro Italia, che si trovano spesso ad affrontare contemporaneamente spreco e difficoltà di accesso a cibo sano.

Quasi 6 milioni di persone nel nostro Paese vivono in condizioni di deprivazione alimentare, con difficoltà ad acquistare prodotti freschi e di qualità. Il dato colpisce in particolare le fasce giovani: oltre 430.000 minorenni risultano in condizione di insicurezza alimentare e un giovane su cinque sotto i 35 anni non ha potuto seguire un’alimentazione adeguata nel 2024. Secondo il WWF Italia, a trainare la riduzione dello spreco sono oggi soprattutto le generazioni più adulte. Ma il cambiamento culturale deve partire anche dai più giovani, che hanno gli strumenti – digitali e comportamentali – per diffondere nuove abitudini: l’utilizzo di app antispreco, la pratica del “doggy bag”, la pianificazione dei pasti e la scelta di filiere locali e biologiche.

«Ridurre lo spreco alimentare è una delle modalità più immediate per risparmiare risorse, tutelare la biodiversità e contribuire allo sviluppo della bioeconomia», sottolinea Eva Alessi, responsabile sostenibilità del WWF Italia. «Servono piccoli gesti quotidiani: interpretare correttamente le etichette, pianificare gli acquisti, preparare porzioni adeguate, scegliere prodotti freschi e di stagione e sostenere l’agricoltura locale».

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