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Liberalizzazione della cannabis in Italia: la sostenibilità non è solo ambientale

 

Liberalizzazione della cannabis in Italia la sostenibilità non è solo ambientale

A fine Luglio sarà discusso il ddl su coltivazione, lavorazione e vendita nella cannabis. La produzione di oppiacei a scopo terapeutico da parte dello Stato potrebbe portare un ingente gettito fiscale “green”, contrastando la criminalità e rilanciando gli investimenti sulla sanità. A condizione di un monitoraggio medico affidabile.

Tra fine luglio e inizio agosto, previa prescrizione medica, sarà possibile acquistare in farmacia uno dei flaconi di marijuana prodotti dallo Stato a scopo terapeutico. Sono stati infatti raccolti i primi 50kg della piantagione nazionale coltivata nello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, a suggello dell'iniziativa di Ministero della Salute e Ministero della Difesa, che il 18 settembre 2014 si accordarono per far partire il Progetto Pilota per la produzione delle sostanze a base di cannabis.

Il 25 luglio sarà discusso alla Camera il ddl n°3235, che vorrebbe sostituire la lontana Jervolino-Vassalli (1990). Se dovesse passare, ogni cittadino italiano potrà coltivare privatamente fino a 5 piante di cannabis e, seppur non consumabile in luogo pubblico, per un maggiorenne sarà legale detenerne 5 grammi (fino a 15g se in casa) anche per uso ricreativo. L'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli potrà autorizzare i privati a venderla in locali ad hoc, come già avviene per i coffee shop olandesi, e il 5% dei proventi derivati sarebbe destinato a finanziare un Fondo di intervento per la lotta alla droga.

Il dibattito sulla legalizzazione non è una novità, ma torna in auge perché il proibizionismo pare aver fallito. Nelle nazioni dove è prevista la pena di morte per reati connessi alla droga, la lotta contro i mercati neri ha aggravato la salute pubblica e portato a incarcerazioni di massa, corruzione e aumento della violenza, senza fornire alcun controllo sull’età dei compratori o la composizione effettiva delle sostanze. Al contrario, una realtà come quella portoghese, che per un ventennio ha agito in modo repressivo e ha trattato la dipendenza come un disturbo mentale, oggi ha saputo andare oltre, decriminalizzandone il consumo e investendo su strutture e programmi di sostegno sanitario: chi viene trovato in possesso di stupefacenti non è arrestato ma inviato davanti a una commissione di medici che gli offre la possibilità, non obbligatoria, di accettare un trattamento di recupero finanziato dallo Stato. Così facendo, dal 2000 al 2013 sono calati drasticamente i casi di Hiv (-2000%), di Aids (-900%), le morti per eroina (-2000%) ed è diminuito il consumo generale.

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La cannabis terapeutica, il cui uso non è considerato un’effettiva terapia ma uno strumento di sostegno ai trattamenti tradizionali, presenta un ampio spettro di benefici non più in discussione. Considerando la possibilità di coltivarla in privato, andrebbe a ridurre l’esborso economico del singolo per i medicinali di supporto. Nel contempo, se il commercio a produzione statale dovesse estendersi a livello nazionale, il governo gioverebbe di entrate ingenti che potrebbero essere re-investite sul settore sanitario o porne fine ai continui tagli. La spesa sanitaria italiana è infatti vittima designata delle spending review: considerando il rapporto sul Pil, si trova al di sotto di quella degli altri Stati mediterranei, compresa la Grecia, e, secondo le proiezioni dell’OECD Health Statistics, nel 2060 raggiungerà a malapena la spesa attuale tedesca. Una situazione inaccettabile per un’area che produce occupazione qualificata e per un Paese che dovrebbe puntare su ricerca e sviluppo tecnologico. Al di là del supporto economico, servirebbe un approccio opposto a quello dei tagli lineari, ossia un cambiamento strutturale a partire da un’attività di monitoraggio, valutazione e riorganizzazione mirata del sistema sanitario, che poggi su un’analisi trasparente della produttività. Ma i ricavi di una commercializzazione statale della cannabis resterebbero considerevoli, in quanto, secondo l’EU Drug Markets Report 2016, il mercato europeo vale oltre 9 miliardi di euro, Transcrime colloca l’Italia al secondo posto per guadagno da cannabis da parte di organizzazioni criminali e la legalizzazione potrebbe eliminare i costi impiegati per reprimere il traffico di stupefacenti e mantenere i detenuti, adducendo un risparmio annuo di circa 1,5 miliardi. Per il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, considerando il numero di consumatori di cannabis e il prezzo di mercato (2011), applicando un sistema di tassazione simile a quello per i tabacchi, si potrebbero generare tra i 5 e gli 8 miliardi di gettito fiscale “green”.

In una visione più estesa, il commercio della cannabis potrebbe aprire le porte a più ampi fenomeni di business. Negli Usa, dove da anni in molti Stati ne è consentito l’uso ricreativo, il boom di start up legate alla marijuana ha creato un giro d’affari che potrebbe sfiorare i 23 miliardi di dollari entro il 2020. La sfida più attuale è legata alla creazione di servizi che possano garantire la tracciabilità digitale dei prodotti lungo tutta la filiera, con controlli qualitativi e produzione certificata.

Per comprendere l’importanza strategica del settore, basti pensare che un gigante come Microsoft ha da poco investito ingenti risorse per la creazione di un software di tracciabilità pensato per i governi locali. Non va però dimenticato che si tratta di una sostanza contenente THC (tetraidro-cannabinolo), che in età giovane potrebbe recare danni a specifiche zone cerebrali. Per questo è essenziale che l’uso sia fortemente regolamentato e che ci sia un monitoraggio accurato da parte di un medico competente. In caso contrario, i rischi sarebbero elevati: negli ultimi 15 anni, proprio per mancanza di attenzione e controlli, negli Usa sono decedute oltre 165mila persone per overdose da oppiacei da prescrizione. Dal momento che gli oppiacei vanno incontro a tolleranza, un eventuale inserimento in circuito di consumo ordinario potrebbe indurre il fruitore a propendere per dosi intollerabili o sostanze più nocive, rendendo secondaria ogni argomentazione progressista.

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