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Gli impianti idroelettrici sono davvero green?

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Un nuovo studio, condotto dai ricercatori dell'università dell'East Anglia guidati da Maíra Benchimol, e pubblicato sulla rivista Plos One, pone una nuova prospettiva di valutazione riguardo agli impianti idroelettrici. Le analisi condotte paiono infatti dimostrare come le dighe afferenti alle centrali idroelettriche siano causa di una perdita consistente di biodiversità.

Per condurre la ricerca è stata presa ad oggetto di studio la diga brasiliana di Balbina, in Amazzonia, che, nel giro di un quarto di secolo, ha ridotto in modo drastico la biodiversità nella foresta tropicale: secondo i risultati emersi solo lo 0,7% delle isole dell'arcipelago (quelle 25, su un totale di ben 3546, dove sono state istituite delle "riserve protette") conserva ancora l'80% delle specie presenti in precedenza, mentre negli altri casi si arriva ad un livello di estinzione del 70%. Un dato incredibilmente allarmante.

Lo studio, che prende in considerazione mammiferi, uccelli e tartarughe, spiega come le dighe creino un ambiente acquatico di bassa qualità e una modificazione delle dinamiche di vita, riproduzione e sostentamento delle specie. Inoltre viene considerato anche il fenomeno sociale connesso alle centrali idroelettriche che provocano danni ingenti ai pescatori e comportano forti rischi ben spiegati dalla Benchimol:

"Le dighe idroelettriche sono state pensate per essere una fonte ecologica illimitata di energia e negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita di innumerevoli bacini atti a far fronte alla sempre più importante richiesta di energia nei paesi emergenti. Gli studi hanno però dimostrato che le grandi dighe sono una tra le cause della perdita di fatturato. Il settore maggiormente danneggiato è quello della pesca, ma anche la biodiversità paga un prezzo pesante. Si dovrebbero poi prendere in considerazione l'aumento delle emissioni di gas serra e i costi socioeconomici che inevitabilmente ricadono sulle comunità locali".

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Pur essendo già a conoscenza del fenomeno (nello studio ne viene evidenziata la portata in modo dettagliato), gli attori in gioco non si sono ancora preoccupati tanto da approntare dei piani per arginare il problema. Nello studio si consiglia quantomeno di istituire delle aree protette simili a quelle presenti nello 0,7% delle isole dell'arcipelago amazzonico sopracitato che, in questo modo, hanno potuto conservare quattro quinti delle specie presenti.

Si legge nello studio pubblicato su Plos One: "Le grandi dighe idroelettriche sono ampiamente salutate come fonti 'verdi' di energia rinnovabile. Tuttavia, la decisione riguardo alla necessità o meno di costruire nuove grandi dighe in tutta pianura amazzonica e in altre regioni della foresta tropicale dovrebbe essere urgentemente rivalutata. Per quelle dighe che sono già state costruite, la protezione contro la caccia, gli incendi e l'istituzione di aree protette dovrebbero essere misure di mitigazione fondamentali per salvaguardare le comunità faunistiche insulari. (...) Ci sono oltre 154 dighe idroelettriche attualmente in funzione in tutta l'Amazzonia, 277 nuove dighe destinate a siti specifici saranno probabilmente costruite nel corso dei prossimi decenni con potenziali effetti catastrofici sia sulla biodiversità acquatica e terrestre. Il nostro studio chiede un ripensamento immediato ai decisori politici e strateghi dell'energia."

"Consigliamo infine vivamente che l'erosione delle popolazioni di specie terrestri e arboree provocata dalle dighe, che finora non rientra nell'equazione, dovrebbe essere esplicitamente incorporata nelle valutazioni di impatto ambientale delle nuove dighe."

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Tags: Studi e ricerche