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Mercato dell’usato: boccata d’aria per fresca per il pianeta

Mercato dell’usato boccata d’aria per fresca per il pianeta

Il mercato dell’usato si sta rivelando un modo utile ed efficace di ridurre il proprio impatto sul pianeta, limitando gli sprechi e tagliando le emissioni di CO2.

Ridurre le emissioni di CO2 e quindi opporsi al cambiamento climatico è possibile mettendo in atto diverse strategie. L’idea che tutti, seppur nel nostro piccolo, possiamo fare qualcosa e contribuire in qualche modo a limitare il nostro impatto sul pianeta, negli ultimi anni si sta facendo sempre più strada tra la popolazione di tutto il mondo. A volte però si pensa che per dare il proprio contributo per questa causa siano necessari grandi sacrifici e che in realtà il ridurre le emissioni di CO2 e salvaguardare il pianeta siano responsabilità dei grandi player dell’economia mondiale.

Si tratta tuttavia di una mezza verità: senza politiche globali è impensabile ottenere dei passi avanti significativi e rapidi, ma tutti noi possiamo fare qualcosa per limitare i danni al pianeta, come cambiare le nostre abitudini di acquisto e prendere più spesso in considerazione il mercato dell’usato. Lo ha dimostrato Subito, la principale piattaforma di compravendita online, attraverso i risultati della ricerca Second Hand Effect 2019 affidata all’Istituto Svedese di Ricerca Ambientale ILV.

L’indagine è stata condotta attraverso il metodo LCA, ovvero l’analisi del ciclo vita dei prodotti, un sistema riconosciuto utilizzato per calcolare l’impatto ambientale, espresso in chilogrammi di CO2, partendo dal presupposto che la vendita di ogni prodotto di seconda mano vada a sostituire la produzione ex-novo di un prodotto equivalente, sommata alla gestione dello smaltimento del prodotto stesso.

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Nella pratica tutto questo può essere riassunto ragionando sul principio che acquistare un determinato bene di seconda mano ci consente di risparmiare le emissioni di CO2 che sarebbero state necessarie per lo smaltimento di quello stesso oggetto e per la produzione di un esemplare nuovo.

Questa buona pratica non solo consente al singolo cittadino del mondo, o in questo caso italiano, di contribuire alla riduzione di emissioni di CO2 in aria, ma anche di operare un taglio nell’estrazione e nel consumo di materie prime. In particolare, lo studio di Subito ha evidenziato come nel 2019 la second hand economy abbia consentito di ottenere un risparmio di 2,8 milioni di tonnellate di acciaio, circa 270.000 tonnellate di alluminio e circa 420.000 tonnellate di plastica.

Tutto questo a sua volta si traduce in risparmio totale, solo per l’Italia, di 7,25 milioni di tonnellate di CO2 emesse in atmosfera, il che potrebbe essere assimilato all’azzeramento totale dell’impatto ambientale di quasi 1 milione di italiani.

In riferimento ai risultati dell’indagine è intervenuto il CEO di Subito, Giuseppe Pascieri, il quale ha dichiarato che “La second hand economy permette concretamente di contribuire al benessere del nostro Pianeta. È un gesto semplice e alla portata di tutti, con effetti tangibili e misurabili, ed è una delle buone pratiche che possiamo mettere in atto da subito per contrastare il cambiamento climatico. Grazie a tutti i nostri utenti che, con oltre 20 milioni di compravendite -da una semplice T-shirt che permette di risparmiare 7,2 kg di CO2 ad un’auto che ne salva 5,6 tonnellate- hanno permesso di evitare la produzione di 7,25 milioni di tonnellate di CO2. È come se, insieme, avessimo piantato una foresta di 8.700 acri o bloccato il traffico a Roma per 22 mesi!”.

Dallo studio è emerso anche che l’Italia, relativamente a questo specifico tema, non è un paese omogeneo, e il merito della bontà dei dati risultati è da attribuire in percentuali diverse alle diverse regioni del Paese. Gli italiani più propensi a vendere e acquistare prodotti usati sono i campani, ai quali va il merito di aver contribuito al 15,3% della totalità delle emissioni di CO2 risparmiate, i quali sono seguiti a ruota dai cittadini lombardi, responsabili di un risparmio del 14%. Al terzo posto si posiziona il Lazio con il taglio di una fetta pari al 10,5% del totale, al quale fanno seguito Sicilia e Veneto.

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