Tra industria e trasporti, che aria tira in Italia?

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La qualità dell’aria è ormai una costante non solo dei programmi di sviluppo comunitari, ma anche di quelli nazionali. In particolare, due sono le fonti di emissioni seguite con estrema attenzione, trasporti e industria, quest’ultima con particolare riferimento ai cosiddetti “gas serra”.

A conferma dell’incidenza dei trasporti sulla qualità dell’aria, basti pensare che ai dieci obiettivi prioritari e alle quaranta iniziative strategiche messe a punto dalla Commissione europea nell’ultimo libro bianco sui trasporti, si sono affiancate in questi anni numerose iniziative promosse dal Ministero dell’Ambiente.

Ma com’è realmente la qualità dell’aria in Italia? Una chiave di lettura può essere rintracciata nell’ultimo inventario nazionale delle emissioni di ISPRA che, al di là dei dati, è comunque esplicativo dei modelli di consumo adottati in Italia; in questo senso, non sorprende che il mezzo di trasporto più utilizzato sia l’auto privata (75%), di gran lunga preferita agli autobus pubblici e privati (12%) e al trasporto ferroviario, che, anche comprendendo le metropolitane, raggiunge solo il 6%.

Di conseguenza, i consumi energetici legati al trasporto stradale continuano ad attestarsi su percentuali altissime (92%) - il trasporto stradale resta il maggiore responsabile dell’emissione di determinate categorie di inquinanti con percentuali che oscillano dal 20% per le polveri sottili, fino al 50% delle emissioni nazionali di ossidi di azoto - anche se la fonte principale di gas serra resta il settore industriale di produzione e trasformazione dell’energia (28%), seguito dal settore dei trasporti (24%) e dal settore residenziale e dei servizi (17,5%).

 

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Tuttavia, il rapporto ISPRA ha messo in evidenza una diminuzione dei tassi di emissione, sia a livello complessivo sia per singoli settori a partire dal 2005.
E se per il comparto industriale, al di là dell’innegabile ricorso a processi produttivi più “verdi” e a tecnologie di abbattimento dei fumi, la crisi economica ha avuto un suo peso specifico nel ridurre il tasso di emissioni, per il settore dei trasporti le cause sono da ricercare nell’adozione di motori e carburanti più “puliti” e di modelli di mobilità più efficienti, anche sulla spinta del legislatore comunitario.

Un esempio su tutti sono i cosiddetti piani per la qualità dell’aria che le regioni devono obbligatoriamente adottare, ai sensi del decreto legislativo n. 155/2010 (di recepimento della direttiva 2008/50/CE), in caso di superamento dei valori limite fissati per alcune tipologie di inquinanti gassosi.
Al di là delle finalità di monitoraggio, l’applicazione dei piani per la qualità dell’aria si è dimostrata anche utile per definire quali politiche adottare a seconda della realtà locale; così, ad esempio, la disincentivazione all’utilizzo del mezzo privato risulta più facilmente realizzabile nei grandi centri abitati, dotati di un’efficiente rete di mezzi pubblici
e negli ultimi tempi di sistemi di car sharing, che in quelli di dimensioni più ridotte; oltre a questa, altre misure ricorrenti sono la diffusione di mezzi di trasporto pubblico e privato a basso impatto ambientale, la moderazione della velocità e la fluidificazione del traffico.

In conclusione, la qualità dell’aria resta un asset inalienabile da qualsiasi agenda politica, perché, più di altre tematiche, coniuga esigenze di tipo diverso - sanitario, economico, sociale - ma di pari importanza.

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