La risposta della natura alla sensibilità climatica

Con la crescente diffusione dei gas serra, diventano sempre più tangibili modificazioni naturali del clima, con conseguenze dirette per la lotta al riscaldamento globale. Ricerche evidenziano il ruolo di nuvole e vulcani, mentre la Scienza è divisa sull’interpretazione dei dati.

Il percorso seguito dalle perturbazioni temporalesche si sta spostando verso i poli, espandendo la superficie terrestre a rischio aridità e ridefinendo così i confini delle zone subtropicali. La meta sono latitudini più distanti dall’equatore, dove culminano meno radiazioni solari da riflettere nello spazio. Nel contempo, le nubi hanno raggiunto nuovi picchi di altitudine massima, aumentando la quantità di radiazioni emesse dalla superficie terrestre destinata a rimanere intrappolata sotto il loro strato. In tal modo si alimenta l’effetto serra.

A rivelarlo è uno studio pubblicato su Nature, frutto di un’approfondita analisi di dati satellitari e modelli climatici. Niente più giochi d’immaginazione per distinguere l’una o l’altra forma dipinta all’orizzonte: la scienza ci invita a scrutare il cielo per osservare il lento procedere direzionale delle nubi e prendere atto di quanto il mondo sia sempre più vittima del cambiamento climatico. “Lo schema alla base del cambiamento del moto delle nuvole è chiara conseguenza del riscaldamento globale”, afferma Joel Norris, Docente di Scienze ambientali e atmosferiche dello Scripps Institution of Oceanography.

Con il crescere delle temperature e delle concentrazioni di diossido di carbonio, le nuvole aumentano il contenuto di acqua liquida a scapito dei cristalli di ghiaccio, di cui i precedenti modelli climatici ne avevano sovrastimato il volume. Ivy Tan, PhD di Geologia e Geofisica alla Yale University, ha utilizzato alcuni dati della NASA per creare nuovi modelli di simulazione in cui le nuvole avessero più fluido e configurare condizioni più realistiche. L’obiettivo? Verificare il surriscaldamento terrestre nel caso la concentrazione di diossido di carbonio dovesse raddoppiare, e portare il clima a uno squilibrio energetico, in questo caso artificiale, altresì definito sensibilità climatica.

A fronte di tale aumento, le nuvole riflettono sì più agilmente i raggi del sole, ma il calore prodotto dalla superficie terrestre non viene filtrato: le temperature crescono del 25% rispetto ai modelli modificati, fino a una variazione massima di 5°C. La previsione, rigettata come poco plausibile da Isaac Held, scienziato del clima della National Oceanic and Atmospheric Administration, rivela impatti ben peggiori rispetto ai precedenti studi, ma trattandosi di una ricerca esclusiva serviranno nuove indagini per poter misurare in modo più affidabile la sensibilità climatica.

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Chi non ritiene che ulteriori studi siano necessari è Michael Mann, Direttore dell’Earth System Science Center of Pennsylvania State University, convinto che siano stati spesi anni per sviluppare inutili strumenti di valutazione del rischio. “L’impatto climatico è sotto i nostri occhi nella realtà che ci circonda, è tangibile e visibile nei telegiornali di tutti i giorni”, nei quali imperversano notizie di uragani, esondazioni, siccità e altri fenomeni atmosferici sempre più anomali e dannosi a cui magari diamo poco peso perché lontani da noi.

Ma il mondo della scienza è diviso. In molti hanno sottolineato proprio i valori dei dati per dimostrare come il cambiamento climatico in atto sia sovrastimato. L’American Geophysical Union reclama la casualità della formazione degli uragani, evidenziando come nel Nord America le statistiche dell’ultimo decennio siano le più basse da due secoli a questa parte. Un altro punto comune a chi nega l’utilità dell’attivismo volto a mitigare il cambiamento climatico è il dare rilievo alle temperature globali: nonostante i termometri abbiano toccato quote record in quasi tutti i mesi degli ultimi due anni, le medie sono rimaste ampiamente sotto quelle previste nei modelli di studio che hanno considerato l’impatto dei gas serra.

Il merito, secondo un recente studio pubblicato sulle Geophysical Research Letters, è dei vulcani. Ryan Neely, uno degli scienziati-autori, spiega come “i dati indichino che le eruzioni vulcaniche abbiano contribuito a rallentare il riscaldamento globale”. Nel momento dell’eruttamento viene rilasciata un’ingente quantità di diossido di zolfo, inibitore del riscaldamento globale, e nella stratosfera le reazioni chimiche producono acido solforico e particelle d’acqua, contribuendo a raffreddare il pianeta.

L’azione vulcanica è emblema di un tipico ecosistema naturale che si mantiene in equilibrio, con i gas che agiscono ciclicamente per raffreddare e riscaldare il pianeta. Tuttavia, questo non può bastare per contrastare il riscaldamento globale, in quanto le emissioni di gas serra artificiali sono in costante aumento e rendono vani i processi intrinsechi dell’ambiente. E di certo non è opportuno auspicare l’eruzione dei più grandi vulcani del mondo perché si abbassino le temperature medie del globo, anche perché si tratterebbe di una strumentalizzazione occasionale per mascherare la mancata risoluzione di un problema urgente.

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