7,5 milioni di persone in Italia vivono in aree a rischio idrogeologico

Il dossier Ecosistema Rischio 2017 mette in evidenza il pericolo che corrono gli italiani e le misure di prevenzione che sarebbero d’attuare per mitigarne il rischio.

I rischi sismici, vulcanici e idrogeologici sono storicamente una caratteristica dell’Italia, e l’Antropocene non ha fatto che accentuarne le terribili conseguenze. L’urbanizzazione da un lato, che comporta un continuo e progressivo consumo del suolo, e i cambiamenti climatici dall’altro, entrambi causati dall’attività dell’uomo, comportano un incremento esponenziale del rischio.

In dieci anni, si è passati dal 10% del territorio ad alta criticità al 19,4%, un dato quasi raddoppiato. Non è dunque un caso che il rapporto dell’ISPRA conti in 7.145 (l’88% del totale) i Comuni italiani che hanno almeno un’area classificata come a elevato rischio idrogeologico. Dai risultati di Ecosistema Rischio 2017, l’indagine di Legambiente sulle attività nelle amministrazioni comunali per la riduzione del rischio idrogeologico (basata sulle risposte di 1.462 comuni) si evince una situazione allarmante: abitazioni in aree a rischio sono presenti nel 70% dei comuni, nel 27% interi quartieri, scuole e ospedali nel 15%. E non è solo un retaggio del passato: negli ultimi 10 anni il 9% dei comuni ha continuato a costruire in zone a rischio.

 

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Il problema dunque si riversa sui 7,5 milioni di italiani che, a volte senza essere troppo informati, vivono e lavorano in queste zone critiche. Secondo il dossier “Le città alla sfida del clima”, tra il 2010 e il 2016 sono oltre 145 le persone che hanno perso la vita a causa di inondazioni; più di 40.000 quelle evacuate. A questi dati si aggiungono inoltre i 126 Comuni che sono stati interessati da 242 fenomeni meteorologici: allagamenti da piogge intense, danni a infrastrutture, stop a metropolitane e treni urbani.

Se è fondamentale che l’86% dei comuni abbia un piano di protezione civile, gravissimo è che il restante 14% ne sia totalmente sprovvisto. Un peccato dunque che il questionario sia stato recepito solo dal 20% dei comuni a rischio, perché, oltre che per valutare, può essere un utile strumento per fare una doverosa informazione ai cittadini su rischi e pratiche da attuare in caso di necessità.

È necessaria una visione olistica della questione, legata al contesto territoriale e non semplicemente fatta di interventi mirati che non risolvono il problema, ma lo anestetizzano: più che una sistemazione idraulica mirata correlata a un’urbanizzazione selvaggia, la soluzione è restituire spazi al naturale deflusso delle acque e fermare il consumo del suolo.

Per ulteriori informazioni: Ecosistema Rischio 2017 e Le città alla sfida del clima 2017

Andrea Cecconi

 

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