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La guerra scoppiata ha riportato al centro del dibattito internazionale lo Stretto di Hormuz, che rappresenta un collo di bottiglia per il greggio di tutto il mondo. Ma nel 2026, un blocco totale dello stretto non significa solo benzina a 3 euro al litro, ma anche il collasso delle infrastrutture europee, con i data center diventati potenziali bersagli di bombardamenti cinetici. Una vera e propria minaccia alla nostra sovranità digitale.
Una ferita storica mai rimarginata: cosa ci dice il passato
Lo Stretto di Hormuz non è un semplice tratto di mare. Fin dall'antichità, rappresenta il crocevia dove si sono scontrati imperi e, già nel XVI secolo, i portoghesi ne compresero la valenza strategica costruendo la fortezza di Ormuz, per dominare le rotte delle spezie tra Oriente e Occidente. Secoli dopo, durante la "Guerra delle Petroliere" negli anni '80 (conflitto Iran-Iraq), il mondo tremò per la prima volta davanti alla fragilità di questo passaggio, con centinaia di navi attaccate e il prezzo del greggio salito alle stelle.
Oggi, quella piccola fascia di mare è diventata anche un'arteria digitale. Se un tempo si combatteva per il pepe e la seta, e poi per il barile, oggi lo stretto è la giugulare che alimenta anche i server su cui poggia parte della nostra intera esistenza.
Non è solo petrolio, è Elettricità Digitale
Inutile nascondersi dietro le dichiarazioni rassicuranti che qualche persona molto importante con la cravatta rossa ama fare. Da Hormuz passa oggi il 20% del consumo mondiale di petrolio e quasi un quinto del commercio globale di GNL (Fonte: EIA).
Ed il paradosso è che il vero punto di rottura potrebbe non essere rappresentato dai trasporti fermi. Pochi ammettono che la nostra intera infrastruttura di Intelligenza Artificiale e i Data Center che reggono sempre più la nostra economia, dipendono in gran parte anche da quel gas. Come abbiamo già discusso analizzando perché l’algoritmo non basta a decarbonizzare l’Italia, quando il GNL del Qatar smette di arrivare, che copre dal 14% al 20% del fabbisogno europeo , la priorità energetica per i paesi utilizzatori passerà agli ospedali e al riscaldamento civile. I Data Center potrebbero essere i primi, in una prospettiva apocalittica al momento distante, a subire un "razionamento energetico”.
Data Center: i nuovi obiettivi cinetici
In uno scenario di escalation i Data Center però non vengono solo spenti per mancanza di energia, ma diventano veri e propri obiettivi militari (come mostrano i recenti attacchi con droni contro data center AWS in Medio Oriente). Un Data Center bombardato, è bene ricordarlo, non è solo un edificio in fiamme; è la potenziale cancellazione istantanea della nostra memoria collettiva e di miliardi di dati strategici. E sappiamo quanto le maggiori potenze del mondo, compresa l’Italia, stiano puntando su queste infrastrutture, anche per un tema di sovranità del dato (come illustrato in L’oro digitale: come i data center stanno ridisegnando l’industria (e il territorio) italiano). Questo risponde quindi alla domanda: perché colpire un server? Perché, nell'era della guerra ibrida, colpire un data center a Francoforte è più efficace che colpire una raffineria. Senza accesso ai dati la società civile e militare, si paralizza in meno di 48 ore. Possiamo definirla come la versione digitale del blocco navale portoghese del 1500. Con conseguenze molto più globali del tempo.
La trappola della transizione 'dipendente'
Abbiamo costruito una transizione energetica che si fonda sull'elettricità, dimenticando che l'elettricità è un prodotto secondario. Se blocchi Hormuz, blocchi il gas necessario a bilanciare i consumi elettrici quando, ad esempio, il sole non c'è. Senza quel gas, il sistema energetico - che già soffre in Italia per i ritardi sulle rinnovabili che abbiamo denunciato essere "colpa di tutti" - collassa definitivamente.
Senza dimenticare che se come Paese non acceleriamo sul monitoraggio tramite lo spazio, non avremo nemmeno i migliori strumenti per gestire l'emergenza logistica che un blocco navale comporterebbe per le materie prime – incluse quelle per le tecnologie green e per i cantieri che stanno o sono già partiti nella nostra penisola .
L'illusione della sicurezza
L’Europa resterà sempre in approccio reattivo e non
proattivo finché non comprenderà che la nostra sovranità digitale non può
essere legata a un braccio di mare largo appena 21 miglia, autoescludendo uno dei
nostri storici fornitori di gas a basso costo (la Russia), con nazioni “amiche”
come gli Stati Uniti che sospendono gli embarghi quando si trovano in
difficoltà (tra l’altro per ragioni causate da loro stessi).
E la sostenibilità, senza sicurezza delle rotte e un piano energetico pragmatico ed integrato, rimane un'illusione costosa. Sotto tutti gli aspetti, anche sociali.
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