L’altra riforma della Costituzione passata sotto silenzio a marzo
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L’altra riforma della Costituzione passata sotto silenzio a marzo

Roma Capitale entra nel cantiere delle riforme istituzionali con un disegno di legge costituzionale che punta a riscrivere l’articolo 114. Tra nuovi poteri legislativi, autonomia rafforzata e possibili effetti su mobilità, territorio e patrimonio, il dossier ha ottenuto il primo via libera in Commissione l’11 marzo 2026, mentre l’approdo in Aula è già nel calendario parlamentare di fine mese.

C’è una riforma costituzionale che a marzo ha fatto meno rumore di altre, ma che potrebbe incidere in modo profondo sull’assetto istituzionale della Capitale e, indirettamente, anche sulle politiche urbane che riguardano ambiente, mobilità e qualità della vita. Si tratta del disegno di legge costituzionale C.2564, presentato dal Governo il 5 agosto 2025, con cui si propone di modificare l’articolo 114 della Costituzione “in materia di Roma Capitale”. Non è ancora legge, ed è bene dirlo con precisione: l’11 marzo 2026 il testo ha ottenuto il primo via libera in Commissione Affari costituzionali della Camera, con il mandato ai relatori a riferire favorevolmente all’Assemblea; la discussione in Aula è indicata tra i lavori programmati della Camera nella settimana del 24-27 marzo 2026. Il cuore della riforma è semplice solo in apparenza. Oggi la Costituzione afferma che Roma è la Capitale della Repubblica e rinvia a una legge dello Stato il compito di disciplinarne l’ordinamento. Il testo del Governo fa un passo ulteriore: inserisce Roma Capitale tra i livelli di governo che compongono la Repubblica, accanto a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni, riconoscendole un profilo costituzionale autonomo e distinto. Nella relazione illustrativa, l’esecutivo sostiene che la città abbia dimensioni, complessità amministrativa e funzioni istituzionali tali da giustificare uno status speciale, in linea con quanto avviene in molte capitali europee.

La novità più rilevante riguarda però i poteri. La proposta attribuisce a Roma Capitale potestà legislativa in materie che toccano in modo diretto il governo quotidiano della città: trasporto pubblico locale, polizia amministrativa locale, governo del territorio, commercio, valorizzazione dei beni culturali e ambientali, attività culturali, turismo, artigianato, servizi e politiche sociali, edilizia residenziale pubblica e organizzazione amministrativa di Roma Capitale. La stessa relazione chiarisce che, a seconda della materia, questa potestà si eserciterebbe entro i limiti previsti dall’articolo 117 della Costituzione per la competenza concorrente o residuale, quindi non in uno spazio normativo illimitato ma dentro una cornice già definita dall’ordinamento. È qui che il dossier incrocia il terreno più vicino a Nonsoloambiente. Perché una Capitale che potesse legiferare, per il proprio territorio, su trasporti, pianificazione urbana, patrimonio ambientale e edilizia pubblica avrebbe in teoria strumenti più rapidi per intervenire su nodi decisivi della transizione urbana: reti di mobilità sostenibile, rigenerazione di quartieri periferici, tutela e valorizzazione del verde storico e dei paesaggi urbani, gestione più integrata del turismo, semplificazione amministrativa per i servizi locali. La riforma, però, non contiene da sola una strategia ambientale: crea un contenitore istituzionale più forte, ma non predetermina la qualità delle politiche che verranno. Le ricadute concrete dipenderanno dalle future leggi di attuazione, dalle risorse disponibili e dalla capacità di coordinamento con Stato e Regione Lazio.

Il testo demanda infatti a una successiva legge dello Stato, da approvare a maggioranza assoluta da entrambe le Camere, la disciplina organica dell’ordinamento di Roma Capitale, sentiti il Consiglio regionale del Lazio e l’Assemblea elettiva capitolina. Quella stessa legge dovrà definire i principi del decentramento amministrativo e attribuire a Roma condizioni peculiari di autonomia amministrativa e finanziaria, nel rispetto dell’articolo 119 della Costituzione. In altre parole, la revisione costituzionale apre la porta, ma il disegno della casa arriverà dopo. Nel passaggio in Commissione, il Governo ha anche fatto approvare un emendamento che aggiunge un elemento politico non secondario: la legge dello Stato potrà attribuire ai Comuni capoluogo delle Città metropolitane ulteriori e specifiche funzioni amministrative sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza. È un inserimento che allarga il perimetro del ragionamento oltre Roma e suggerisce una possibile evoluzione del rapporto tra grandi città e Stato centrale, in un Paese dove le aree urbane concentrano gran parte delle sfide climatiche, sociali e infrastrutturali. 

Le critiche non sono mancate. Nel dibattito in Commissione, il Movimento 5 Stelle ha contestato sia il metodo sia il merito dell’intervento, giudicandolo una modifica costituzionale ampia e poco condivisa; il Partito democratico, secondo le cronache parlamentari, si è astenuto sul mandato ai relatori, mentre la maggioranza ha difeso il provvedimento come uno strumento necessario per adeguare il governo della Capitale alla sua complessità. Anche nelle letture esterne al Parlamento il nodo resta lo stesso: c’è chi vede nella riforma un’occasione per colmare un ritardo storico e chi teme invece un riassetto incompleto, privo di garanzie sufficienti sul piano dell’equilibrio istituzionale e delle risorse. Per il mondo della sostenibilità urbana, il punto decisivo è forse un altro. Da anni Roma sconta una distanza evidente tra il rango simbolico di Capitale e la debolezza degli strumenti con cui affronta problemi strutturali: congestione, manutenzione, dispersione insediativa, disagio abitativo, pressione turistica, valorizzazione irregolare del patrimonio storico e ambientale. Questa riforma prova a intervenire sulla cornice dei poteri, non ancora sui risultati. Ed è proprio per questo che merita attenzione: perché dietro una modifica apparentemente tecnica dell’articolo 114 si gioca una parte della capacità italiana di pensare la governance delle grandi città come questione costituzionale, e non solo amministrativa.

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