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Capita spesso di sentire dibattiti tra investitori ed Istituzioni, Istituzioni e cittadini, investitori e Comitati, con continui scambi di accuse. Con ognuno che pensa di essere il bravo contro il cattivo. Ma è davvero così?
Il tema dello sviluppo di progetti fotovoltaici ed eolici è da decenni al centro del dibattito pubblico ed istituzionale nel nostro Paese. In merito, ci sono nazioni come la Spagna o la Danimarca, dove la presenza di turbine eoliche ha ormai una storia più che trentennale e fa parte del tessuto economico e sociale di queste nazioni. In Italia questa tecnologia è arrivata dopo, con un’importante accelerazione post-2000, concentrata soprattutto in regioni come Puglia e Sicilia. In altre parti d'Italia, però, e mi riferisco soprattutto alla dorsale appenninica, questa presenza non è storica. Infatti queste aree stanno affrontando solo ora il tema, con numerose progettualità presentate al MASE per la Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA), anche se ad oggi sono pochi gli impianti effettivamente in fase di cantierizzazione.
Discorso geografico simile anche per quanto concerne lo sviluppo di progetti fotovoltaici utility scale, dove anche qua Puglia e Sicilia hanno rappresentato mete privilegiate per gli investitori; tendenza favorita da un’offerta di terreni disponibili importante e da un irraggiamento molto superiore rispetto alle altre zone d’Italia. Anche se, rispetto all’eolico, va segnalato che lo sviluppo di questa tecnologia ha interessato in generale l’intera Italia, con impianti utility scale già installati da decenni anche in Lombardia e in Piemonte.
Come per l'eolico, anche lo sviluppo di progetti fotovoltaici è ancora oggi al centro di numerosi dibattiti, soprattutto sul tema del consumo del suolo agricolo per usi “industriali” di questo tipo. Al netto dei numeri che non confermano un pericolo di questo tipo, soprattutto se paragonato ai numeri delle cementificazioni dei terreni per usi industriali tradizionali (edifici residenziali, uffici, parcheggi, centri commerciali etc.) - come evidenziato anche dallo studio Fotovoltaico a terra e consumo del suolo in Italia) -, l’opinione pubblica e i cittadini hanno iniziato a manifestare opposizione in merito a questo approccio, che parebbe privare il nostro territorio di preziosi terreni agricoli.
Perché in Italia è in crescita la tendenza anti-rinnovabili?
È indubbio che un quadro normativo che permette ad un investitore di presentare istanza al Ministero dell'Ambiente per una VIA di un progetto eolico sviluppato su aree unilateralmente individuate, utilizzando lo strumento dell'esproprio per pubblica utilità , non aiuta le comunità locali a comprendere cosa stia realmente accadendo. Se poi questi casi capitano in aree isolate, in comuni di poche migliaia di persone, con turbine che sulla carta circonderebbero completamente l’intera valle senza alcun passaggio preventivo sul territorio, beh, la situazione si complica di parecchio. Esistono casi limite dove piccole comunità si sentono “soffocare” anche da più di cinquanta turbine, posizionate molte volte in sovrapposizione tra loro. E questo avviene perché ogni proponente, potendo espropriare i terreni, è libero di inserire le coordinate per sé più congeniali, in un’ottica di "chi prima ottiene l'Autorizzazione, vince".
Approccio assolutamente compliant con la legge, ma che ha creato profonde spaccature sociali, con interi territori che hanno la sensazione di sentirsi predati, un po’ come i Pellerossa con i conquistadores. Non dobbiamo quindi sorprenderci che poi accadano situazioni limite come quella della Sardegna: sono una diretta conseguenza di un approccio che, pur essendo legale, ignora il valore condiviso. Un approccio che molte volte si dimentica il valore della comunicazione con il territorio, fondato su un ascolto attivo e un costante dialogo, con progettualità di stakeholder engagement bottom-up realmente integrate.
Anche per lo sviluppo di progetti fotovoltaici e agrovoltaici, nonostante la situazione sia oggettivamente più tranquilla in ambito di accettazione territoriale, partendo in questo caso con la titolarità del terreno già in fase di presentazione di VIA, obbligando nei fatti il proponente ad un primo vero approccio al territorio, c’è da segnalare un trend di crescente moto di opposizione alle iniziative. Molte volte trainato da disinformazione e fake news che, se non intercettate e governate in tempo, possono provocare importanti danni al progetto.
Cosa si può fare per migliorare la situazione
In Europa esistono esempi virtuosi di nazioni che hanno costruito un quadro legislativo "rigenerativo e democratico" che prevede, sin dalla stesura del primo elaborato, un pieno coinvolgimento istituzionale e comunitario. Partendo dai tre principali attori protagonisti, qui sotto un ventaglio di proposte:
Il LEGISLATORE dovrebbe adattare questi schemi al contesto italiano, tenendo conto delle nostre peculiarità: dal patrimonio artistico alla disponibilità di vento ridotta rispetto al Nord Europa.
Gli INVESTITORI possono, e ben pochi lo fanno, applicare sin da ora questo approccio CSV anche nei loro progetti in ogni fase di sviluppo. Andare a parlare con le persone del territorio e con i sindaci anche in fase preliminare, infatti, non è mai una perdita di tempo e un sintomo di inefficienza. Anzi, denota rispetto e presa di responsabilità nei confronti dei territori: non è un "lavoro da agenzia di PR", è l'unico modo per far partire bene iniziative così impattanti. Così come iniziare ad impostare un piano di opere di valorizzazione territoriale in fase pre-autorizzativa o addirittura pre-richiesta di VIA, non deve più essere visto come uno spreco di tempo e risorse. Rappresenta infatti il miglior approccio di tutela per gli interessi del territorio e, conseguentemente, il miglior modo di tutelare il proprio investimento, incrementando al tempo stesso anche le possibilità di ottenere l'Autorizzazione (di per sé molto basse soprattutto per l'eolico, come dimostrano i numeri). Inoltre, potrebbe anche essere utile invertire la tendenza di avviare interlocuzioni con i Comuni per parlare di questi investimenti solo a valle dell'Autorizzazione ottenuta, dando quindi l'impressione di presentare un’opera di buon cuore, on-top e slegata dal progetto. Strategia utile anche per disinnescare reazioni, a volte scomposte ed indispettite, da parte di quelle comunità che poi nei fatti dovranno ospitare per 30 anni o più queste strutture.
Il CITTADINO ha le sue aree di miglioramento, a partire da una più approfondita educazione sulla materia; è compito anche suo informarsi per acquisire quella consapevolezza della situazione. Così da comprendere come, un processo energetico territoriale integrato con energia prodotta localmente, rappresenti la miglior carta di libertà in mano al nostro Paese al fine di essere maggiormente resilienti ai moti internazionali (soprattutto in questo periodo). Senza dimenticare l'aspetto ambientale, la nostra vera legacy per le nuove generazioni.
La gestione degli espropri e l'alternativa dei tetti
La gestione degli espropri dei terreni, soprattutto in ambito eolico - che ha pur una sua logica tecnica di esistere essendo il vento, a differenza del sole, una risorsa più rara per essere sfruttata -, oggi molto spesso è gestita in post-Autorizzazione, mettendo nei fatti i proprietari terrieri di fronte al bivio: o accetti il nostro canone (spesso basso) oppure espropriamo per poche migliaia di euro una tantum. È mortificante per i proprietari terrieri e le loro famiglie, che da generazioni coltivano con passione la propria terra, essere trattati in questo modo.
Nel merito qualcuno potrebbe obiettare che l’esproprio è sempre stato utilizzato per le grandi opere come autostrade o ponti (es. Stretto di Messina). Certo, però questi casi fanno parte di piani nazionali strutturati e definiti dallo Stato. In ambito eolico, nessuno ha prescritto che si debba per forza installare una turbina su quella specifica particella. Qualcun altro potrebbe ricordare gli obiettivi di decarbonizzazione, giustificando quindi anche l’utilizzo dell’esproprio per pubblica utilità. È tutto vero. Non foss’altro che gli studi ci dicono che, se venissero sfruttati i tetti, si potrebbero lo stesso raggiungere e addirittura superare gli obiettivi senza ulteriore consumo di suolo, con un potenziale stimato tra gli 84 e i 110 GW (qui un articolo molto interessante sul tema: https://www.qualenergia.it/articoli/fotovoltaico-land-use-quanto-spazio-tetti/)
La transizione è umana
Per far sì che l'Italia possa sempre più essere un Paese democratico ed equo, ha un tremendo bisogno di un solido ecosistema istituzionale-industriale-cittadino che operi nel pieno rispetto del territorio e della dignità umana. Cosa che, purtroppo, si è un po’ persa per strada.
La vera transizione non si misura in GW installati, ma nel grado di fiducia che un territorio ripone nel proprio futuro. Se per accendere una lampadina a Milano dobbiamo spegnere la dignità di un borgo appenninico, non stiamo facendo progresso: stiamo solo cambiando fornitore di colonialismo.
La sostenibilità o è democratica, o è solo un'altra forma di estrattivismo vestita di verde.
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