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Il seminario “L’Urban Center che non c’è” riaccende il dibattito sul futuro del territorio etneo: pianificazione partecipata, decementificazione e nuovo rapporto con il mare al centro del confronto tra istituzioni, tecnici e cittadini.
Il passaggio del ciclone Harry ha lasciato un segno profondo su Catania, mettendo ancora una volta in luce le fragilità strutturali e ambientali del territorio. Ma proprio da questa emergenza potrebbe nascere una nuova visione urbana. È questo il messaggio emerso il 26 gennaio durante il primo seminario “L’Urban Center che non c’è”, ospitato a Palazzo della Cultura. Un incontro che ha inaugurato un percorso di ascolto e partecipazione promosso dal Comitato Diametro – diario metropolitano futuro presente, con l’obiettivo di costruire una pianificazione urbana condivisa, trasparente e proiettata ai prossimi vent’anni. Il confronto ha posto al centro il bisogno urgente di creare a Catania un Urban Center: uno spazio fisico e simbolico dove cittadini, tecnici, istituzioni e università possano co-progettare il futuro della città. Una necessità che diventa ancora più stringente dopo gli eventi estremi causati dal cambiamento climatico, che colpiscono sempre più frequentemente le città costiere del Mediterraneo.
Luca Sangiorgio, assessore all’Urbanistica del Comune di Catania, ha sottolineato come l’Urban Center possa diventare una piattaforma per un nuovo patto territoriale, che parta da un ripensamento profondo del rapporto con il mare: «Non significa demolire, ma restituire accessibilità e sicurezza al waterfront, eliminando i binari, riducendo il rischio idrogeologico e ripensando la costruzione lungo la costa ionica». La sfida è trasformare un’emergenza in un’occasione per cambiare paradigma. Il principio di partecipazione attiva dei cittadini, sancito dalla legge regionale 19/2020, è stato evocato più volte durante il seminario. «Se l’Urban Center fosse già stato attivo, oggi avremmo una memoria condivisa delle scelte compiute e una base solida per affrontare la crisi» ha evidenziato Alessandro Amaro, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Catania.
Un Urban Center non solo come luogo di dibattito, ma come infrastruttura strategica per la governance metropolitana. «Catania non può essere letta come un’isola urbana, ma come fulcro di un’area vasta – ha spiegato Ignazio Lutri, presidente del Comitato Diametro – che richiede strategie coordinate, sostenibili e inclusive». Mariagrazia Leonardi, presidente di Inarch Sicilia, ha rilanciato il confronto con le esperienze virtuose di Torino, Bologna e Roma, dove gli Urban Center già operano come laboratori di innovazione territoriale. In questo senso, l’esperienza etnea potrebbe arricchirsi guardando alle buone pratiche italiane, adattandole al contesto locale.
A ribadire l’urgenza di un cambio di rotta anche Paolo La Greca, consulente del sindaco Enrico Trantino, che ha citato il modello sardo: «In Sardegna, grazie alla legge Galasso, la fascia costiera è protetta da oltre quarant’anni. Da noi, invece, si è costruito troppo vicino al mare. Serve una pianificazione responsabile, fondata su dati, competenze e memoria».L’incontro è stato moderato da Franco Porto e ha visto la partecipazione di numerosi rappresentanti del mondo tecnico, accademico e associativo: tra loro Sabina Zappalà (Diametro), Maurizio Erbicella (Ordine degli Ingegneri), Melania Guarrera (Fondazione etnea Architetti PPC), Biagio Bisignani (Direzione Urbanistica del Comune), i docenti Maurizio Spina e Carlo Colloca dell’Università di Catania, e Agatino Spoto (Collegio dei Geometri). In un momento storico in cui l’adattamento climatico non può più attendere, il dibattito sull’Urban Center si configura come un’opportunità per mettere a sistema visioni, esperienze e competenze. Un’opportunità che Catania non può permettersi di perdere.
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